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11 motivi per cui Let It Bleed è il più grande album dei Rolling Stones

11 motivi per cui let it bleed è il più grande album dei rolling stones

Il 5 dicembre 1969 usciva Let It Bleed, chiudendo gli anni Sessanta e aprendo i Settanta. Ecco 11 motivi per cui è il più grande album dei Rolling Stones.

È con un certo timore reverenziale che parlo di uno dei miei album preferiti. Provo un amore pressoché incondizionato per Let It Bleed. Forse più che per qualunque altro album dei Rolling Stones. È uno di quei rari dischi che potrei ascoltare in qualunque occasione, con qualunque umore, qualunque cosa stia accadendo nella mia vita o intorno a me. Trovo sia un album perfetto. E la cosa incredibile è che lo trovo di una freschezza e di una potenza incredibili anche oggi, un 5 dicembre qualunque, a distanza di 45 anni dalla sua pubblicazione nel 1969. Ecco perché.

1. È un album
Ogni volta che si prende in mano un album (per chi di noi ancora compie questo gesto e non si limita a schiacciare play sullo smartphone) si ha sempre in mente di voler ascoltare una canzone più delle altre. Con Let It Bleed (a me) non capita mai. Posso dire di preferire certe canzoni, senza dubbio Gimme Shelter, You Got the Silver e You Can’t Always Get What You Want. Ma allo stesso tempo non riuscirei ad ascoltare solo quelle. Primo perché anche le altre sei sono dei capolavori. Secondo perché Let It Bleed non è una mera raccolta di singoli. Erano gli anni del passaggio dai 45 giri ai 33 giri, cioè dai singoli agli LP. E questo è uno di quegli album che meglio esemplifica quel momento.

2. Country Honk è Honky Tonk Women
Sì, è una banalità. Ma proprio per completare il punto precedente è importante ricordare che Honky Tonk Women uscì in versione singolo pochi mesi prima della pubblicazione di Let It be (peraltro aveva You Can’t Always Get What You Want come B side). Il 45 giri uscì il 4 luglio 1969, il giorno dopo la morte di Brian Jones. Gli Stones la registrarono una seconda volta in versione honky-tonk per l’album. È la stessa canzone, ma è anche un’altra. Poco altro da dire.

3. Viene dopo Beggars Banquet
Quando ascolto Let It Bleed e penso che esattamente un anno prima (il 6 dicembre 1968) gli Stones avevano pubblicato Beggars Banquet in me si crea un corto circuito emozionale. Credo che per chiunque altro sarebbe stato impossibile superare il disco di Simpathy for the Devil (solo i Beatles e Bob Dylan fecero lo stesso rispettivamente superando se stessi nei propri album). So già di attirarmi gli strali di molti con questa affermazione, ma se Beggars è il K2, Let It Bleed è l’Everest.

4. Chiude gli anni Settanta (e apre altri tre decenni)
Gli Stones sono sempre riusciti a innovare guardando al passato. Hanno preso il blues e lo hanno sublimato a tal punto da renderlo attuale e proiettarlo nel futuro. Let It Bleed fu uno degli ultimi album usciti negli anni Sessanta, ma entra negli anni Settanta con prepotenza e si lancia verso gli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta. Ascoltatevi arrangiamenti e sonorità di Monkey Man e capirete cosa intendo (la canzone tra l’altro fu riscoperta nella colonna sonora di Quei bravi ragazzi di Martin Scorsese).

5. La cover di Robert Johnson
Il genio del delta blues è omaggiato con una delicata e bellissima versione di Love In Vain, seconda traccia dell’album subito dopo Gimme Shelter. Una scelta per certi versi azzardata, ma che si sposa perfettamente con l’andamento sinusoidale dell’album, che gioca con registri emozionali completamente diversi.

5. Midnight Rambler è La Canzone
Ognuno ha la sua canzone preferita degli Stones. La mia non è Midnight Rambler, ma ogni volta che la ascolto capisco di nuovo perché li amo così tanto. La batteria jazz di Charlie Watts, il riff di chitarra di Keith Richards, la voce e l’armonica di Mick Jagger. E poi il prezioso contributo di Bill Wyman alla sezione ritmica (e qualcuno sostiene anche di un giovanissimo Mick Taylor non ancora accreditato).

6. Brian Jones
Come ho già scritto, il membro fondatore e mente dei primissimi anni degli Stones morì il 3 luglio di quello stesso anno. Era da un po’ che di fatto Richards e Jagger lo avevano estromesso per la sua totale mancanza di affidabilità dovuta all’eccessivo consumo di droghe (eccessivo persino per Keith e Mick). Ma formalmente la sua presenza è ancora certificata in Midnight Rambler e in You Got the Silver, dove suona rispettivamente i bonghi e un’autoharp. Poca roba forse, ma anche la sua leggenda fa parte di questo disco.

7. Mick Taylor
Il giovanissimo chitarrista entra nella band proprio durante la lavorazione di quest’album e fa subito sentire la sua presenza in Country Honk e Live with Me. Se ne andrà dagli Stones dopo soli cinque anni, ma senza di lui molto di quanto prodotto in quel periodo dal gruppo non avrebbe avuto lo stesso sound.

8. Bobby Keys
Il grande sassofonista e amico di Keith Richards (scomparso proprio pochi giorni fa, il 2 dicembre) entra nella scuderia degli Stones con il suo assolo in Live with Me. Resterà nella band fino agli anni Ottanta e sarà fondamentale per i successivi album (senza di lui Happy non sarebbe probabilmente mai esistita e tutto Exile on Main St. ne avrebbe risentito). Inoltre Let It Bleed conta anche sull’apporto di un certo Ry Cooder (ma se dovessi fare un punto per ogni grande contributor del disco non finirei più).

9. La voce di Keith Richards
You Got the Silver è una delle canzoni più amate della band. E a cantarla non è Mick, che lascia spazio al suo gemello Keith. Da qui in poi Richards, al suo esordio come voce solista in un album, canterà sempre in ogni disco successivo degli Stones, mostrando di non essere solo un grandissimo chitarrista.

10. La chiusura perfetta
Dopo un album del genere, che ha visto susseguirsi otto canzoni capolavoro una di seguito all’altra, gli Stones decidono di inserire in chiusura You Can’t Always Get What You Want, perfetto contraltare della traccia d’apertura Gimme Shelter. L’intro dei due brani è diametralmente opposto: chitarra cupa che trasporta in una dimensione di disperazione contro coro angelico di voci bianche. Capolavoro nel capolavoro. Finisce l’ultima nota e l’unica cosa che si può fare è riascoltare il disco dalla prima traccia.

11. La stessa forza 45 anni dopo
Ho avuto la fortuna di poter assistere al concerto dei Rolling Stones al Circo Massimo di Roma. E Mick, Keith, Charlie e Ronnie hanno deciso che in scaletta ci dovevano essere ben cinque brani dei nove che compongono Let It Bleed. Nessuna ha perso nulla dello smalto che aveva 45 anni fa in sala di incisione. Le canzoni degli Stones sono fatte per essere proposte dal vivo e loro sono ancora perfettamente in forma per farlo: Honky Tonk Women, You Got the Silver, Midnight Rambler, Gimme Shelter e You Can’t Always Get What You Want. C’erano anche Mick Taylor e Bobby Keys. Insomma, una grande goduria.

@AlviseLosi

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