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Abolire il finanziamento pubblico all’editoria

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Il finanziamento pubblico all’editoria era un tema caldo già l’anno scorso, con i tagli del Governo di Mario Monti, ma la campagna elettorale e la successiva affermazione del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo hanno reso la temperatura rovente. In realtà l’ex comico genovese punta il dito sulla questione fin dal 2008, quando raccolse 1.300.000 firme (con il secondo V-Day) per indire un referendum abrogativo sui contributi pubblici ai giornali – più Ordine dei giornalisti e legge Gasparri. Riassumendo la posizione di Grillo, se il Parlamento concede soldi pubblici ai giornali, questi non sono liberi di esercitare la funzione di controllo che è propria dell’informazione perché dal Parlamento dipende la loro sopravvivenza. Col rischio che diventino house organ di partito, quando già non lo sono per ragione sociale – una fetta consistente della torta è erogata sottoforma di “contributi per testate organi di partiti o movimenti politici”. Eliminare i finanziamenti, secondo il leader del M5S, significa spezzare il cordone ombelicale che lega l’editoria ai palazzi della politica, a beneficio di un’informazione davvero indipendente. Non solo: significa mettere tutti gli editori nella condizione di competere ad armi pari, evitando di avvantaggiare chi ha una forma – come le cooperative di giornalisti – che consente di accedere al finanziamento.

La legge che regola i contributi pubblici agli editori trova il suo presupposto nell’articolo 21 della Costituzione: si afferma la libertà di manifestare il pensiero come diritto. E fra tutti i possibili mezzi attraverso cui il pensiero può essere espresso e divulgato, dice la Corte Costituzionale, è particolarmente considerata la stampa come «mezzo di diffusione tradizionale e tuttora insostituibile ai fini dell’informazione dei cittadini e quindi della formazione di una pubblica opinione avvertita e consapevole». Benissimo. Ma è un principio che a 70 anni dal suo concepimento si dimostra obsoleto. Tant’è vero che abbiamo il risultato contrario: l’ultimo rapporto di “Reporter Senza Frontiere” piazza l’Italia al 57esimo posto in quanto a libertà di stampa, dietro a Botswana e Niger.

Eliminando il finanziamento pubblico, sono gli editori a essere in pericolo, non la libertà di pensiero degli Italiani. Sono le aziende e i giornalisti che rischiano, non la pubblica opinione, che oggi ha infiniti mezzi di espressione grazie alla Rete. Certo, l’occupazione nel settore è una questione importante, ma lo Stato dovrebbe sostenere l’editoria e i suoi lavoratori così come tutte le altre categorie. E se anche l’informazione meritasse un trattamento particolare per il delicato ruolo che svolge all’interno della democrazia, devono cambiare le regole del gioco: non più erogazione di fondi solo per le realtà che riescono ad accedervi ma misure di sostegno all’innovazione, sgravi sugli investimenti e l’assunzione di giornalisti, supporto per i sistemi a basso impatto ambientale. Progresso, non conservazione. Merito, non favori. Concorrenza, non assistenzialismo. Che siano gli editori a sviluppare modelli economicamente sostenibili e i lettori/ascoltatori a determinarne il successo.

La società editrice di Onstage non ha mai ricevuto alcuna agevolazione da parte dello Stato. Nonostante la quasi totalità dei soci avesse meno di 30 anni (l’A.d. non ne aveva ancora 26) quando l’avventura è cominciata nel 2007, nonostante avesse immesso sul mercato un prodotto – mensile gratuito distribuito ai concerti – che non esisteva. Non ha ottenuto alcuna agevolazione nei successivi sei anni, nonostante abbia creato lavoro per molte persone, sia direttamente che indirettamente. Nonostante i resi siano lo 0% dello stampato (ogni singola copia finisce nelle mani di un lettore), con evidenti benefici in termini di riduzione degli sprechi. Non ha goduto di nessuna agevolazione neanche adesso che abbiamo rivoluzionato il prodotto cambiando forma e utilizzando carta riciclata al 100% (esclusa la copertina perchè i costi sarebbero diventati insostenibili). Neanche adesso, cioè, che continua a investire e dare lavoro a molte persone – compreso il sottoscritto – in un momento di netta contrazione del mercato pubblicitario.

Non chiediamo aiuti allo Stato. Non li vogliamo. Pensiamo sia giusto andare avanti se ci premiano i lettori, apprezzando il risultato del nostro lavoro, e i nostri partner commerciali, considerando Onstage un prodotto intelligente su cui investire. Ma pretendiamo che lo Stato si occupi di editoria sostenendo le realtà virtuose invece di chi si sottrae al dovere di competere lealmente in un mercato reale.

Twitter: @DanieleSalomone

(Tratto da Onstage Magazine, marzo 2013)

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