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Toys In The Attic dopo 40 anni è ancora il massimo degli Aerosmith

aerosmith 1975

8 aprile 1975: esce l’album che consacra gli Aerosmith come più grande rock band americana degli anni Settanta. E ancora oggi che compie 40 anni, Toys In The Attic rimane il massimo risultato della band.

Ricordo perfettamente quando vidi per la prima volta gli Aerosmith dal vivo. Era la metà degli anni Novanta, il cadavere del grunge era ancora caldo e molti degli ammiratori di Kurt Cobain bollavano la band come un manipolo di dinosauri tornati in auge con qualche ballatona da classifica, buona solo a sembrare romantici con qualche ragazza con la quale si provava a uscire.

Non solo, ma il successo smodato che tornavano a godersi veniva letto da alcuni come la conferma dell’avvenuta restaurazione da parte della vecchia élite del rock, che si riprendeva lo scettro dopo lo scossone di Seattle. Proprio in sintonia con quel «è come se non fossimo mai esistiti» pronunciato da uno sconsolato Cobain pochi giorni prima di morire, davanti alla mastodontica fila per i biglietti dei Pink Floyd.

Eppure, chi lo conosceva davvero sapeva perfettamente che Cobain non avrebbe mai potuto dire la stessa cosa del gruppo di Steven Tyler, essendo da sempre un fervente ammiratore di dischi come Rocks e, soprattutto, Toys In The Attic.

Ironia della sorte, quella sera d’estate quando vidi per la prima volta i Toxic Twins, Toys In The Attic aveva compiuto da poco 20 anni, proprio in una data che si avvicinava molto a quella nella quale il povero Kurt aveva deciso di farla finita. Tolte le super hit Walk This Way e Sweet Emotion, per altro, la maggior parte dei presenti ne ignorava completamente l’esistenza.

Aerosmith Toys In The Attic

Sì perché, ancora oggi che di anni ne compie 40, ci si rende conto del fatto che quel capolavoro non sia mai stato celebrato per quello che è: uno dei dischi imprescindibili di tutti gli anni Settanta. E non parlo della mancanza di ristampe ricche di inutili demo o cose del genere, figlie degli anni Duemila e della crisi del formato disco, ma semplicemente di riconoscergli il posto che gli spetta nell’Olimpo del Rock.

La sensazione è che se quei 37 minuti lascivi e diretti fossero usciti dalla penna di gente come i Led Zeppelin o i Rolling Stones, oggi vedremmo Toys In The Attic in qualsiasi Top 20 mondiale. Senza dimenticare che furono proprio il riff di Walk This Way e i Run DMC a farli risorgere dieci anni più tardi, quando nessuno voleva più vederli nemmeno in foto, tanto erano fradici e incapaci persino di andare a tempo.

Quelli che partorirono quel disco erano gli Aerosmith più stradaioli, quelli che forse guardavano ancora (troppo?) alle grandi band che stavano segnando la storia della musica in quegli anni, ma che presentavano già tutte le caratteristiche che li avrebbero resi celebri nei vent’anni successivi. Sostanzialmente erano quelli dei quali, qualche anno più tardi, Axl Rose e Slash si innamorarono a tal punto da decidere di seguirne il più possibile le orme, in primis sul fronte degli eccessi.

Quel disco inoltre sancì la nascita di uno dei sodalizi più fecondi del decennio, quello col produttore Jack Douglas, il primo a riuscire a tirar fuori dai cinque qualcosa che non fosse soltanto un insieme di brani, ma un mosaico perfetto in grado di suonare moderno anche oggi, a quarant’anni di distanza.

Se qualcuno volesse conoscere i primi anni della band con un solo album, non ci sarebbero dubbi di sorta: il successivo Rocks, altro caposaldo assoluto, è forse troppo spigoloso e non per tutti, mentre i due album precedenti, più il secondo del primo, risultano ancora oggi un po’ acerbi e incompleti.

Se però siete ancora convinti che gli Aerosmith migliori siano quelli delle ballatone strappamutande, andate a sentirvi You See Me Crying, traccia conclusiva di Toys In The Attic: roba da far impallidire qualsiasi altra ballad uscita dalla penna di Steven Tyler e compagni.

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