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Amore a 33 giri, volume #1

santa margaret

Inauguriamo oggi una nuova rubrica, Amore a 33 giri, curata da uno dei giovani gruppi italiani più interessanti e attenti alla qualità della musica, i Santa Margaret. A cadenza fissa, ogni componente della band ci consiglierà i “suoi” vinili imprescindibili. Quelli che, senza, la vita non sarebbe la stessa cosa.

È un dato di fatto: il vinile è tornato in scena. La vendetta analogica, come noi Santa Margaret avevamo previsto, è compiuta e il supporto musicale a 33 giri ritrova posto (seppur ancora piccolo) nel mercato discografico. Come tutti i grandi artisti, anche il vinile ha vissuto un momento di crisi profonda con lunghi anni di assenza, tanto da essere dato ormai per spacciato. E invece la storia ci ha ancora una volta confermato che tutto torna, e ciò che non ti uccide ti fortifica.

Come tutti sanno il vinile a metà degli anni ‘90 fu definitivamente sostituito dal cd: supporto digitale, tecnologico, pratico, leggero (fu probabilmente lodato da tutti quei dj che non dovevano più portarsi valige pesantissime di dischi per andare a fare le serate) e ritenuto, sulla carta, meno soggetto all’usura e quindi più duraturo. Ah, e non per ultimo… costava meno stamparli! Ma non tardò ad arrivare la prima piaga della discografia: la pirateria. Eh già, perché il cd era facilmente duplicabile sullo stesso supporto, ossia falsificabile. Ma a parte questo, non ci si accorse che la corsa alla digitalizzazione non era terminata con i cd, perché poco dopo arrivò il formato mp3 e da lì, con Internet ormai parte integrante della nostra quotidianità, la nuova piaga della discografia: il file sharing, altrimenti visto come download illegale. Fino ad arrivare a oggi, quando tutto ha trovato (pare) una via legittima e nuova: lo streaming con abbonamento. Eccoci nella nuova era del digitale, dove il cd è un supporto vecchio e il vinile è risorto a nuova vita.

In questo nostro primo appuntamento su Onstage vorrei parlarvi dei vinili che mi sono portato dietro quando sono andato a vivere da solo. Una piccola collezione che i miei genitori avevano in casa (alcuni proprio dal periodo di pubblicazione) e che mi hanno generosamente lasciato dopo che li avevo consumati a tal punto da essere di fatto diventati miei.

Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles: il primo concept album, anzi la prima volta nella quale si usò il termine album, perché il disco aveva un packaging che si apriva a libro (cioè ad album fotografico). Un album che è il cuore della produzione musicale dei Fab Four, al centro della scena psichedelica dell’estate dell’amore, quella del 1967. Un disco la cui copertina è diventata un’icona di tutto il rock.

Jesus Christ Superstar. La colonna sonora dell’omonimo musical: un doppio album nel quale gli arrangiamenti orchestrali si fondono perfettamente con le chitarre rock e la psichedelia di certe atmosfere è un tuttuno con le parole dei testi. Un capolavoro indiscusso. Curiosità: Andrew Lloyd Webber (il compositore anche di una miriade di altri musical) è uno dei musicisti che guadagna di più in assoluto grazie ai diritti d’autore.

The Wall dei Pink Floyd. Un doppio album nel quale sono contenute alcune delle canzoni più famose della band. Un punto di svolta per il gruppo e la chiusura di un capitolo. Forse non il loro miglior disco, ma grazie anche all’eco dato dal film di Alan Parker, è decisamente una pietra miliare del rock.

Ecco io, come tanti miei amici, ho preso questi dischi dalla collezione dei miei genitori: noi ai nostri figli cosa daremo?

«Tieni figliolo ti passo questo abbonamento a Spotify, fanne buon uso» oppure «Tieni, questo è l’hard disk con tutti i miei dischi». Un po’ triste, non trovate?

Stefano Verderi

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