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8 buoni motivi per innamorarsi degli Arctic Monkeys

Arctic Monkeys

Inutile negarlo, gli Arctic Monkeys ci piacciono. Dal primo album all’ultimo, abbiamo seguito e apprezzato la crescita della band inglese, capitanata da quel genietto di Alex Turner. E per mostrarvelo abbiamo selezionato 8 buoni motivi per innamorarsi di loro. Sono troppi? Pochi? Non importa, questi sono quelli che abbiamo scelto e tanto basta per convincervi ad amarli, se già non lo fate, come li amiamo noi.

1. ALEX TURNER NON RIPETE (O QUASI)
Ok, abbiamo scomodato il famoso detto di Paganini, ma ci pareva interessante far notare come, a differenza di moltissime altre band, soprattutto in ambito rock, gli Arctic Monkeys abbiano sempre privilegiato le proprie pulsioni creative. Troppo facile diventare i nuovi Oasis – una lunga fila di album tutti identici al modello originale, ma sempre più sbiaditi -, molto più interessante sperimentare con suoni, influenze, parole e musica. E così, dopo aver rivitalizzato la scena brit con un debutto al fulmicotone, Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not (il più veloce bestseller della storia), e aver bissato il successo col successivo Favourite Worst Nightmare (in cui s’intravedeva l’effetto fotocopia), Turner ha pensato bene di rompere il giocattolo e costruirne uno nuovo, dando spazio alle influenze americane che cominciavano a filtrare nelle sue canzoni e venendo a patti con una crescita personale. Non si può restare delle piccole star per sempre, ma si può scegliere di diventare grandi artisti. La dimostrazione, dopo due ottime prove di stampa, sta nell’ultima fatica in studio dei quattro AM, condensato di tutto ciò che di buono ha fatto la band negli ultimi anni.

2. NON VI PIACCIONO I MONKEYS? CI SONO I LAST SHADOW PUPPETS!
È una vera incontinenza creativa quella che coglie Alex Turner nel 2007, quando assieme all’amico Miles Kane dei Rascals, ora solista di tutto rispetto (e al produttore James Ford), decide di dare sfogo alla sua passione maniacale per le atmosfere Sixties del primissimo Bowie e di Scott Walker per il progetto Last Shadow Puppets. Per ora, l’unico disco dei due è lo strepitoso The Age Of The Understatement, piccolo gioiello ricco di ballad orchestrali che fanno venire i brividi. Interrogato personalmente a riguardo, Miles Kane ha confermato che, alla fine del suo tour solista e degli impegni live dei Monkeys, i due si ritroveranno per realizzare il secondo capitolo della saga. Dita incrociate, come minimo.

3. SHEFFIELD: DAL SYNTH-POP AL BRIT-POP 
Esiste un bellissimo documentario, Made in Sheffield, che racconta come in quella città industriale del nord dell’Inghilterra abbiano mosso i primi passi una buona parte delle più importanti band elettropop, a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta. Se, nello stesso periodo e altrove, le tastiere erano quasi un’eresia, tra punk e post-punk, a Sheffield la scena locale si stava dirigendo verso lidi più sintetici: basti pensare al lascito di gruppi seminali come Human League – da cui sono nati anche ABC e Heaven 17 -, Clock DVA, Artery e Cabaret Voltaire, che per anni hanno dominato le charts britanniche, nazionali e indie. Prima del grande ritorno delle chitarre decretato dagli Arctic Monkeys, però, vale la pena segnalare Sheffield come luogo di nascita di altri pesi massimi dell’elettronica come LFO e Moloko, dei rockers Def Leppard e di una delle band brit pop più amate, ovvero i Pulp. Niente male…

4. NON HANNO FIRMATO CON UNA MAJOR
Gli Arctic Monkeys appartengono all’esclusivo club di quelli che riescono a riempire un Forum (di Assago) – quindi a trascinare sotto il palco diecimila persone, più o meno – senza aver neppure mai piazzato un singolo o un album ai piani alti delle classifiche italiane. E questo perchè non hanno mai pensato ai singoli-a-tutti-i-costi (non a caso hanno scelto di legarsi alla Domino Records, etichetta indipendente), come invece fanno regolarmente i loro colleghi rocker. O forse sono i direttori artistici delle radio di casa nostra a non avere grande fiuto? In ogni caso, non succede proprio spesso quello che sta capitando ai Monkeys, e per aggiungere altro merito, va ricordato come la loro crescita qui da noi sia stata davvero esponenziale. Dai club di media grandezza a un palazzetto dello sport, senza perdere un briciolo di credibilità. Guarda caso, pochi giorni fa è successo anche a un’altra band, i Queens Of The Stone Age, il che ci porta al prossimo punto.

5. ALEX È AMICO DI JOSH HOMME
Da quando Turner e il leader dei Queens Of The Stone Age si sono conosciuti è stato un florilegio di complimenti: «Sei più bravo tu!», «No, tu!» e via di questo passo, con continue dichiarazioni d’amore (lavorativo) rilasciate ad ogni intervista. A parte gli scherzi, l’aria americana del Rancho De La Luna, studio e rifugio di Josh, ha fatto del gran bene ad Alex, trasformandolo da ragazzo prodigio in autore prodigioso, capace di sfornare dischi di assoluto livello. Humbug e Suck It And See, due lavori in cui si sente lo zampino del rosso chitarrista californiano, sono le prove con cui il quartetto si è guadagnato il passaporto statunitense. Una doppia cittadinanza che ha aumentato esponenzialmente il loro appeal.

6. WITH A LITTLE HELP FROM MY FRIENDS 
Cosa sarebbe il mondo senza amici? Di Josh Homme abbiamo già parlato e di Miles Kane pure, ma i Monkeys possono vantare una bella sfilza di ospiti nei loro album, senza contare quelli che, pur senza partecipare, hanno influenzato il corso della loro carriera. Andando a ritroso incontriamo il batterista degli Attractions (Elvis Costello vi dice nulla?) Pete Thomas, il poeta punk John Cooper Clarke, da sempre eroe di Turner, uno dei segreti meglio custoditi dell’intero Regno Unito, Bill Ryder-Jones dei Coral – altra band sottovalutata -, tutti all’opera sull’ultimo AM. Per quanto riguarda i gusti personali, invece, c’è di che far felici quasi tutti: ci si muove agevolmente dai Beatles ai Black Sabbath, passando per Hendrix, John Cale, Dr. Dre, Nick Cave, Roky Erickson, Cream, Ennio Morricone, David Bowie, Walker Brothers. Buon ascolto!

7. I BET YOU LOOK GOOD WITH YOUR NEW HAIRCUT 
Lo giuro, la prima volta che ho visto Alex Turner e i suoi tre compari con il nuovo taglio di capelli, qualche anno fa ormai, non li ho neppure riconosciuti. Banane alla Elvis, brillantina come piovesse, aria da rocker rotti a tutte le esperienze che si muovono a bordo di una vecchia decappottabile scassata lungo strade polverose. Da quel momento il bell’Alex, senza il caschetto da adolescente brufoloso del nord dell’Inghilterra, è finito in copertina di riviste come Another Man e Uomo Vogue, proponendosi come improbabile sex symbol.

8. I MONKEYS GIOCANO BENE A CALCETTO
È un ricordo personale, nonché uno dei più strani e buffi della mia vita giornalistica. In contemporanea con l’uscita del primo disco, i quattro di Sheffield vennero in Italia per un tour promozionale che comprendeva anche una partita a calcetto contro giornalisti e grafici della rivista per cui lavoravo all’epoca. Non ricordo bene il risultato – possibile che abbiano vinto loro, anzi piuttosto probabile – ma non posso certo dimenticare il piede rotto di uno dei nostri grafici dopo un intervento alla Roy Keane dell’allora bassista Andy Nicholson, con conseguente mini-rissa e insulti dalle tribune. Poco dopo però, era il 2006, abbiamo fatto pace.

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