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Ciao Storm, Caravaggio del Rock

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Il discografico moderno è proprio fuori: si lamenta per le scarse vendite e per la scarsa qualità del prodotto: te credo, non fate più le copertine dei dischi! In un epoca in cui si considera “genio rinascimentale” il capo di una ditta di computer, mi tengo stretto il mio Storm Thorgerson e le copertine dello studio Hipgnosis, entrate nella mia vita durante la brevissima esperienza dentro collegi tenebrosi, tra dizionari Castiglioni Mariotti e Bignami di matematica. La sleeve di Wish You Were Here dei Pink Floyd, ricoperta di cellophane fetish nero, e la foto di una manager in combustione… Il primo Peter Gabriel, fotografato all’interno di una Lancia Flavia, sotto la fottuta pioggia inglese baby, disperso senza i fottuti compagni di college dei Genesis. E tutti gli altri.

Senza Storm, quei dischi sarebbero valsi magari molto meno. Erano gli anni dell’artwork, e già vedo gli ignavi di questo secolo guardare nel vuoto… Artwork? Artwork, lavoro d’arte, appunto. Senza trascurare il fatto che si poteva fare a meno di assumere sostanze allucinogene: la copertina di The Lamb Lies Down On Broadway vale un acido. Un artwork di Thorgerson ti faceva venire voglia di comprare la peggior putridata degli Emerson Lake And Palmer o dei 10cc. Gli avranno mai dato delle royalties?

Se Andy Warhol e Milton Glaser hanno definito la copertina del pop, Storm che ne è stato il suo manierista, l’ha fatta diventare estetica. Musica da vedere. Non sono mai riuscito a incontrarlo e mi sto dando i calci nelle palle da solo per questo. Dovetti tirargli un bidone nella sua Hampstead a causa di una bionda, esteticamente valida ma non quanto l’intelletto di Storm. Spero che capisca.

Un pittore non vale un Caravaggio, un regista non vale un Kubrick, un designer non vale un Thorgerson.

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