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Le prime 5 cose che ho pensato dopo aver ascoltato A Head Full of Dreams dei Coldplay

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I grandi artisti sono quelli che, nel bene e nel male, riconosci alla prima nota. Poi è bene se a quella prima nota ne seguono altre belle e coinvolgenti, possibilmente non facenti parte di una minestra riscaldata. Al contrario è male se ne seguono altre messe insieme giusto per arrivare alla fine. La certezza con i Coldplay è che, al più, si potrà gustare una minestra riscaldata, perché i riempitivi loro li lasciano ad altri. E che ogni nuovo album sarà una pietra in più all’interno di un lungo percorso lastricato, costruito passo a passo per andare sempre avanti e non guardarsi troppo indietro. Ecco, a un primo ascolto quello che posso dire è che A Head Full of Dreams è un discreto album, meno sperimentale di altri che hanno fatto, ma anche meno furbo. Certamente meno rock del passato remoto (sempre che i Coldplay siano mai stati veramente rock). Indubbiamente, e per fortuna, meno danzereccio del passato recente. Ma andiamo con ordine: ecco le prime cinque cose che ho pensato ascoltando A Head Full of Dreams.

CHRIS MARTIN AND HIS BAND
Lo ammetto, è una battuta piuttosto vecchia, ma mai come in questo nuovo disco della band inglese più amata negli Stati Uniti era stata evidente l’assoluta predominanza del leader Chris Martin nei confronti degli altri componenti del gruppo. Mi è venuta in mente una frase che disse Bruce Springsteen durante il discorso di introduzione degli U2 nella Rock ‘N’ Roll Hall of Fame: «Gli U2 sono l’ultima band della quale ricorderemo i nomi di tutti i componenti». Vero o no (e probabilmente è un’affermazione, forse un vaticinio, che si avvicina a verità), la realtà è che il frontman è sempre stato non solo il protagonista, ma quasi l’unico attore del film chiamato Coldplay. Ecco, se fino a ieri c’erano dei dubbi, ora potete togliere quel quasi. A Head Full of Dreams fa uscire la voce di Chris prima di qualunque altra cosa, anzi oltre a qualunque altra cosa: oltre ai riff, alle melodie, ai solo di piano. Le chitarre scompaiono e di ritmico resta solo un po’ di batteria elettronica. Dove sono gli altri tre componenti (senza nome) della band?

NESSUNA SORPRESA
Ascoltare un nuovo disco dei Coldplay è sempre un’esperienza a metà: avranno cambiato tanto o avranno cambiato troppo? Perché se una certezza c’è è che la Chris Martin Band ha sempre provato (a volte con ottimi risultati, a volte no) a rinnovare il proprio sound. A Head Full of Dreams è in questo senso perfettamente in linea con il passato, ma forse per la prima volta non cerca di strafare. Anche se dare il definitivo addio a un qualunque suono derivante da una chitarra attaccata a un amplificatore potrebbe da alcuni essere considerato una rivoluzione. Non lo è. Ma è solo la naturale evoluzione allo step successivo. Era Ghost Stories un’anomalia piuttosto, mentre A Head Full of Dreams è da questo punto di vista banale nel suo gettare la maschera una volta per tutte sui presunti suoni elettrici della band. La cosa più elettrica di questo album è l’elettricità che serve per dare energia al computer, tablet, cellulare o stereo che userete per ascoltarlo.

IL GUSTO PER LA CANZONE
Quello che non cambia è l’unica cosa che non è mai cambiata in 15 anni di carriera e sette album all’attivo è il gusto di Chris Martin per scrivere canzoni. Canzoni vere, fatte di parole e melodie. La realtà è che per quanto A Head Full of Dreams strizzi l’occhio, e parecchio, all’elettronica che ormai va per la maggiore in qualunque produzione musicale ad alto budget (internazionale o italiana che sia), due cose vanno riconosciute ai Coldplay. Primo, loro quel percorso lo hanno intrapreso ben in anticipo rispetto a tutti gli altri. Secondo, spogliate ogni loro brano da qualunque orpello e produzione e quello che resterà è un pezzo del quale non potrete fare a meno di ricordare le note e i testi composti da Chris, che vi potrà stare simpatico o meno, ma è uno dei migliori autori di canzoni del XXI secolo (se non proprio il migliore). Anche se in questo nuovo album sembra aver perso parte della sua ispirazione.

UN MALINCONICO COMPENDIO
Le undici tracce costituiscono un perfetto compendio, quasi un’antologia, della carriera dei Coldplay. C’è la ballatona romantica, c’è il pezzo ballabile, c’è il piano e voce, c’è persino un accenno di R’n’B. Ci sono i buoni sentimenti, ma anche quella malinconia di fondo che sin dai tempi di Yellow è stata forse la cifra stilistica inconfondibile della band. Possono fare video divertenti (anche se a me non è piaciuto) con gli scimpanzé, possono cospargersi di colori, possono cantare in mezzo alla folla, ma i Coldplay, anzi Chris Martin resterà sempre quello che passeggiava su una spiaggia inglese sotto la pioggia. Una tristezza infinita. Magari, a volte, anche bella. Ma infinita.

E DAL VIVO?
L’ultima, quasi l’unica, curiosità che mi resta è scoprire come i Coldplay vorranno proporre i nuovi brani dal vivo. Certamente il pubblico saprà divertirsi ed essere partecipe grazie ai tantissimi cori e ritornelli che Chris Martin ha confezionato, inframezzati qua e là da melodie orientaleggianti e suoni della natura. Certamente il gusto per l’immagine e l’immaginazione della band troverà ampio modo di mostrarsi in un potpourri di colori, luci, laser, suoni distorti e altro. Certamente sarà un grande concerto. Poi chissà cosa riserverà il futuro di Chris Martin.

PS. Non ho mai usato la parola caleidoscopio in tutto l’articolo. Così, ci tenevo a dirlo.

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