Blog

Perchè i concorrenti dei talent show finiscono nel dimenticatoio

vincitori-talent

Spariamo sulla Croce Rossa: fra due mesi ricorderete il nome dei semifinalisti dell’edizione appena conclusa di X Factor? E sapete dirmi che fine hanno fatto i secondi classificati dell’edizione 2015? E il vincitore di Sanremo 2016 nelle “nuove proposte”? E il terzo di Amici del 2015? 

Eppure molti di voi saranno rimasti incollati alla tv e ai social serate intere facendo il tifo per questo o per quell’altro, altri addirittura li avranno televotati. E invece no. Manco vi ricordate i nomi: “Dai quello coi capelli rossi che ha litigato con Morgan… Come si chiamava!?”. Eppure di gente brava ne abbiamo vista su quei palchi. Proviamo a capire con un po’ di ironia e qualche informazione perché.

A conti fatti da una decina d’anni i talent sono arrivati in Italia e una trentina di cantanti a stagione ce li propinano. Se uniamo anche Sanremo significa circa 400 nuovi talenti. Quanti ne restano oggi? 4? 5? Significa che ce la fanno 2 ogni 100. E dire “ce la fanno” già è una gran botta di ottimismo.

Ma allora perché qualche autore di programmi TV è così crudele da portare questi giovinetti sempre più in alto per poi – sul più bello – lasciarli cadere giù a peso morto e senza rete? 

Possibile che a nessuno importi di fare vendere a questi ragazzi qualche disco? 

Oh, ecco. Questo è il punto: NO!

Chiariamolo una volta per tutte: i talent sono programmi televisivi. A nessun autore, produttore, amministratore delegato di qualsiasi show per talenti frega nulla di vendere i dischi. A chi produce i talent interessa avere audience e vendere pubblicità: la musica non è un fine, ma un mezzo.

E un secondo dopo la fine dell’ultima puntata di ogni stagione, in men che non si dica e con ancora i coriandoli per terra, tutti pensano già alla prossima stagione con buona pace dei corpi ancora caldi.

Tanto è vero che per le ipotetiche carriere dei talentuosi vengono delegate le major discografiche, che punto a monetizzare il più possibile nel breve termine. Soprattutto perchè devono confrontarsi con un grossissimo problema: l’ignoranza degli artisti, che alla lunga li travolge. Infatti, come in una favola della Disney, da un giorno all’altro i nostri eroi si ritrovano dal cantare sereni e beati davanti ai nonni al palco del Forum di Assago. E il problema sta nel fatto che tutti gli addetti ai lavori durante le settimane e i mesi pensano a come farli cantare meglio, a come vestirli meglio, a come truccarli meglio, bambini miei, ma purtroppo a nessuno importa un fico secco di provare a spiegare a questi disgraziati che differenza ci sia e cosa facciano un manger, un discografico, un’etichetta, un ufficio stampa, un produttore, un autore, l’Enpals (chi?), la SIAE. E se qualcuno pensa di poter fare il cantante perché sa cantare bene ha le stesse possibilità di uno che pensa di poter fare l’ingegnere perché col lego è una bomba.

Questi ragazzi escono dalla porta di un talent ed entrano in vortice talmente confuso di informazioni nuove che quasi nessuno riesce a districarsi. Come se non bastasse “l’apoteosi della disgrazia” è sempre dietro l’angolo: nella stragrande maggioranza dei casi, infatti, i genitori si sentono in dovere di prendere in mano le redini del gioco e cosi abbiamo d’improvviso mobilieri, panettieri, fornai, commercialisti, medici e casalinghe che da un giorno all’altro diventano manager dei loro rampolli. 

Alla faccia della Corrida: dilettanti allo sbaraglio che pensano di poter schioccare le dita e riempire club e stadi e di poter vendere milioni di copie. 

Un problema non da poco visto che, naturalmente, non ci riescono (quasi) mai.

Così ogni anno si ripete la solita storia e i poveri discografici organizzano il “ricevimento genitori talent” cercando di spiegare, «guardi suo figlio si applica ma non è Justin Bieber… dovrebbe studiare di più…». Ma è tutto inutile: finiscono sempre col sentirsi offendere dagli ottimisti parenti o, peggio, diffidare da avvocati avvoltoi e costretti a gettare la spugna con gran dignità rinunciando anche a qualche piccolo talento vero che magari una possibilità l’aveva pure con un sarcastico “vi faremo sapere, chiamiamo noi!”

Morale: i talent show sono fatti per nascere e morire in televisione e non hanno sbocchi nella discografia nonostante parlino di musica: sono due mercati differenti. Quindi, lasciate ogni speranza o voi che entrate. Saprete pure cantare, ma il 99% di voi tra 4 mesi tornerà dove stava 4 mesi fa: godetevi la bella esperienza e fate un sacco di selfie! Ah, mi raccomando: lasciate a casa mamma e papà, che saranno anche buoni e cari ma di mercato discografico non capiscono una mazza.

Commenti

Commenti

Condivisioni