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Nativi digitali e crisi della stampa: perché non basta l’entusiasmo

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Scrive Michele Lupi sul numero di marzo di Rolling Stone, che «nonostante le notizie da catastrofe, da tutto il mondo arrivano segnali della nascita di nuove riviste, soprattutto negli Stati Uniti. Nessuno – fino ad ora – è riuscito a spiegare perché, tra i nativi digitali, resiste un unico obiettivo: quando i blogger iniziano ad avere successo, desiderano produrre una rivista di carta». Si presume che sia una tendenza incoraggiante per chi fa questo mestiere, ma non credo sia proprio così. Premessa: secondo Marc Prensky, lo scrittore statunitense che ha coniato il termine, i nativi digitali sono le persone cresciute dopo la diffusione di massa dei PC a interfaccia grafica, quindi dopo il 1985. Quindi non si parla di ragazzini. Il fatto che abbiano l’ambizione e il desiderio di imboccare la via della carta stampata non è necessariamente un segnale di rilancio del settore. È comprensibile che un blogger 25enne desideri fondare una rivista, la carta è il riferimento classico – nel senso di storico – del giornalismo, così come è normale che un suo coetaneo che suona la chitarra in una rock band sogni di esibirsi al Madison Square Garden stringendo tra le mani una Stratocaster, possibilmente vintage. È un fatto di passione e di riferimenti. Il punto è: quale rivista, per quali lettori, distribuita in che modo. Il che ci porta dritti alla crisi della stampa.

Si sta sgretolando l’intero sistema. I lettori calano in modo inversamente proporzionale all’aumento della fruizione di contenuti online, più comodi da raggiungere – il traffico mobile sta crescendo a ritmi vertiginosi – e quasi sempre gratis. Il mercato pubblicitario è in fuga verso siti e social network perché hanno più lettori/fruitori e sistemi di advertising decisamente più efficaci: riducono gli sprechi sapendo perfettamente quanti e quali utenti raggiunge una campagna. Sfatiamo un mito: non stanno diminuendo le persone interessate ai contenuti e nemmeno i budget pubblicitari, stanno solo migrando verso altri media. Tutto questo è aggravato dai costi di stampa e distribuzione dei prodotti cartacei: per vendere 1 copia in edicola, l’editore di un magazine deve stamparne 3, due delle quali finiscono al macero.

Il processo sembra irreversibile. Perché non si è solo inceppato un ingranaggio, si sta trasformando l’intera macchina, che piaccia o no. I prodotti editoriali stampati sono destinati a diventare di nicchia, così come lo sono i vinili – un mercato in espansione, ma pur sempre molto piccolo – che piacciono a un pubblico ristretto disposto a spendere qualcosa in più per la fisicità e la qualità che ne deriva. Ci sarà sempre qualcuno pronto a pagare abbastanza per sentire l’odore della carta. Io per esempio. Ma se la storia continua così resteremo in pochi, confinati in riserve indiane. E può anche andare bene, ma attenzione perché l’equilibrio costi-ricavi è precario.

Se i nativi digitali di cui sopra, o chiunque voglia lanciare un’iniziativa editoriale su carta, non annusano in fretta l’aria che tira, sono destinati a un mercato nella migliore delle ipotesi specializzato, per non dire autoreferenziale (l’ho detto). Hanno una sola chance di andare oltre le nicchie: come almeno in parte è riuscito a fare Onstage, che non aspetta i lettori in edicola ma se li va a cercare ai concerti, devono trovare il modo di intervenire chirurgicamente sul sistema (lettori, distribuzione, pubblicità) e poi fare sistema loro stessi. La vedo dura.

@DanieleSalomone

(Tratto da Onstage magazine, numero di marzo)

 

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