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È il mio momento felice e devo esserne consapevole

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di Levante
Foto di Elly Contini

In furgone diretti a Bologna con una squadra totalmente nuova e comunque sentirsi in famiglia. Sempre.
In verità qualche pezzo di cuore lo avevo portato con me, il mio rimasuglio emotivo diviso tra Mauro Tavella, il fonico che mi seguì anche per qualche data del Manuale Distruzione Tour, e Alessio Sanfilippo, amico carissimo e batterista che mi segue oramai da parecchi anni.
Il resto era tutta una grande novità su quel nove posti direzione tortellini.
Fabio Boasi il tour manager, Ale Gallo alle luci, Paul Lagorio fonico di palco, Mattia Bonifacino al basso, Matteo Curallo alle tastiere e Gionata Mirai alle chitarre.

Io mi assento ascoltando musica e mi risveglio a Bologna sotto un cielo grigio, grigissimo… plumbeo.
“Stasera piove” sento intorno a me.
C’è della tensione perché in verità inizia a piovere mentre montiamo gli strumenti.
Molto bene.
Lascio i ragazzi a fare la prima parte del soundcheck mentre vengo accompagnata in uno dei saloni di bellezza più importanti, forse il più importante, di Bologna.
Orea Malià ha toccato i capelli di tante, tantissime donne, uomini e personaggi famosi.
Sul taxi qualcuno fa addirittura il nome di Andy Warhol.
Onorata dell’invito, mi faccio fare una piega fotonica da Madama con i tatuaggi.
Ringrazio infinitamente e torno sotto l’ombrello, di corsa al soundcheck.
Piove.
Io sono fiduciosa.
Il palco è coperto e non ho il minimo sospetto che il concerto possa saltare, iniziare e non finire e tutte quelle altre paure che leggo negli occhi del promoter.
Il soundcheck dura poco, si fa tardi e non ho nemmeno il tempo di cambiarmi, truccarmi e prepararmi psicologicamente, lasciandomi assalire dall’ansia.
Questa volta per l’ansia non c’è tempo.
La tavola rotonda si riunisce per riscrivere la scaletta, e quindi un po’ il destino, della serata.
Ore 21.15 si ritorna dietro le quinte.
Guardo Mauro e mi dispiaccio della desolante vista sul Cavaticcio, semi vuoto, forse riesco a contare le trenta persone sparse qua e là, non troppo entusiaste e dubbiose che il loro ombrello non si bagnerà.
Conto un po’ per riscaldare la voce ma non ne ho molta voglia, sono ancora nella fase incosciente in cui salgo sul palco in un modo un po’ leggero.
Va bene così.

Parte l’intro. Il mio credo per questo momento in cui tutto dice Abbi cura di te.
E’ il mio momento felice e devo esserne consapevole, devo ripetermelo.
Perché non sarà per sempre.
Io lo so che la felicità non è per sempre ma ho dimostrato, ugualmente a me stessa, che esiste.
I ragazzi salgono sul palco e sento qualche applauso.
Vado verso gli scalini e faccio quello che non manco mai di fare prima di calcare lo stage: mi guardo i piedi.
Mi ripeto “Ricordati da dove sei venuta”.
Quando abbandono i piedi per inchinarmi davanti al pubblico del Cavaticcio la desolante vista è un tripudio di cuori e teste, di grida e applausi.
Dov’eravate prima? Che scherzo è stato? Siete matti?
E’ stato come preparare una festa e sentirsi dare buca da tutti e poi, accendendo la luce di un’altra stanza essere investiti da un SORPRESAAAAA!
Bologna…sei stata la mia grande, grandissima sorpresa.
L.
#sempregrata

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