Onstage
Ligabue

Elogio di Ligabue, un leader dell’Italia che non strilla e non promette

Sono nauseato. Non riesco più a sopportare quello che sta accadendo in queste settimane che precedono il referendum-cataclisma – comunque vada le conseguenze catastrofiche del voto sembrano essere l’unica certezza per l’Italia. Siamo quotidianamente bombardati da raffiche di notizie, editoriali, tutorial e dichiarazioni che sembrano avere un unico obiettivo: esagerare. È una gara a chi fa la promessa più sensazionale, la critica più dura, la minaccia più tetra. La cosa peggiore è che si tratta di strategia: tutta questa confusione confonde gli italiani, che sono costretti a prendere posizione per questioni di tifo. Addirittura tifo-contro. E un tifoso è più facilmente manipolabile di una persona imparziale. E siccome a noi tifare c’è sempre piaciuto, ecco valanghe di post dei supporter di entrambi gli schieramenti, in competizione per il commento più figo, il gioco di parole più efficace, l’insulto più cinico o la celebrazione più pomposa. Questo voto è importante e voterò convinto, ma voglio uscire dalla stanza in cui ci hanno rinchiusi, buia, senza finestre, col soffitto basso, una stanza in cui sopravvive solo chi alza la voce.

Osservando il caos di questi giorni mi è tornata in mente la professoressa di Lettere che ho avuto al liceo. Più sentiva la classe ciciarare e più abbassava la voce per farsi ascoltare, fino a bisbigliare. Be’, funzionava. Non ci imponeva nulla, ci responsabilizzava. E per questo, noi adolescenti di uno scientifico alle porte di Milano che cercavamo distrazioni più che insegnamenti, finivamo per ascoltare con grande attenzione le sue appassionate lezioni sul Manzoni. Mentre non degnavamo di uno sguardo quella matta di Filosofia che urlava per ottenere il rispetto che pur meritavano i suoi indottrinamenti su Kant. Purtroppo sono poche le persone che, avendo un audience a cui rivolgersi, seguono lo stesso metodo della mia prof.. A questo ristretto circolo di supereroi – bisogna avere dei superpoteri, innanzitutto di autocontrollo, per non lanciarsi nell’attraente vortice del caos – si è iscritto tempo fa Luciano Ligabue.

Nella carriera del Liga ci sono diversi esempi di canzoni “politiche”, ma basta leggere i titoli dei due album più recenti, Mondovisione e il nuovissimo Made In Italy, per comprendere come ultimamente si sia concentrato su quella che una volta chiamavamo “canzone impegnata”. Il disco uscito lo scorso 18 novembre è addirittura un concept album, un racconto in 14 capitoli delle vicende di Riko, alter ego incazzato del Liga che come la gran parte degli italiani in questa nuova realtà (post 2008) è spaesato, in bilico tra frustrazione e riscatto, tra rassegnazione e speranza. Ognuno di questi brani gioca con sound che non appartengono alla tradizione di Ligabue, che ha qui finalmente dato spazio alla sua onnivora passione musicale. Ci sono ritmi in levare, soul, rythm&blues, chiaramente filtrati dalla sensibilità artistica di Luciano. Una diversità che, paradossalmente, definisce il concept. Ci vuole del coraggio per complicarsi la vita così, in questo momento. Come ci ha raccontato lui, Made In Italy «è una scelta da incoscienti, visto che ci viene raffigurato un pubblico che ascolta una canzone alla volta, magari neanche per intero, mentre fa altro. Questo album invece chiede del tempo con la speranza di restituire qualcosa. Mi rendo conto che è difficile, ma mi piace pensare che possa accadere. In ogni caso le canzoni hanno una loro autonomia: chi vuole godere del disco nel suo complesso lo farà, chi invece vuole ascoltare solo il brano che gli piace è libero di farlo».

Vi invito ad ascoltare tutte le sue parole della video-intervista. Quello che dovreste apprezzare sono lo spessore umano di Ligabue, i suoi modi garbati e la sua eleganza. Sembra quasi volersi scusare per aver osato tanto, per aver affrontato temi importanti con una forma complicata come un concept. Stiamo parlando di un individuo che dispone di un potere enorme: quando parla, qualunque cosa dica, ci sono milioni di persone che lo ascoltano e molte di loro pendono dalle sue labbra (i tifosi di cui sopra). Potrebbe cinicamente sfruttare questo potere per il proprio tornaconto, strillando e promettendo mari e monti: nessuno batterebbe ciglio. Potrebbe alzare i toni delle sue denunce per promuovere Made In Italy, un disco ambizioso il cui successo non è affatto scontato – e non crediate che un artista della sua popolarità sia immune ai risultati commerciali, tutt’altro. E invece no, ancora una volta Luciano ha scelto di tenere bassi i toni, di non speculare con il fascino che esercita sulle persone, di non sfruttare la sua posizione privilegiata per appagare il suo ego e le sue tasche. È un leader che non aizza la folla, Ligabue, perché la rispetta almeno quanto rispetta se stesso. E proprio per questo non intende approfittarsene.

Guardando l’intervista che ci ha concesso in occasione dell’uscita di Made In Italy ho provato le stesse sensazioni che avvertivo, inconsapevolmente, quando la mia prof. di Lettere otteneva l’attenzione della classe sussurrando appena la sua appassionata prosa de I promessi sposi: ammirazione e gratitudine. Allora non mi rendevo conto che valeva la pena ringraziarla e oggi non saprei come rintracciarla. Ma per fortuna non è troppo tardi per farlo con Ligabue: grazie, Luciano.

Daniele Salomone

Foto di Toni Thorimbert

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