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Alla scoperta del Fabrizio De André privato nel documentario Faber in Sardegna

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Esce nei cinema italiani il 27 e 28 maggio Faber in Sardegna, docufilm sul cantautore ligure. Una preziosa occasione per scoprire alcune nuove sfumature del Fabrizio De André uomo e artista. Tratto da Onstage Magazine n. 77 di maggio/giugno 2015

In un vortice di ricordi il suonatore Faber torna tra noi. Il 27 e 28 maggio, per due soli giorni, esce nei cinema italiani un documentario, ennesimo contributo sul cantautore genovese. Ennesimo ma nuovo. Perché, dopo mostre, trasmissioni televisive, libri, Faber in Sardegna, di Gianfranco Cariddu, riesce a mostrare un lato di Fabrizio De André che ancora era rimasto per certi aspetti nascosto: il suo legame con la terra sarda. Ogni appassionato sa bene che alcune delle sue più belle canzoni sono nate, sia come idee sia come stesura, proprio in Gallura, che lui aveva eletto come suo buen retiro già a metà degli anni Settanta. Anche prima di acquistare nel 1976 la tenuta L’Agnata, una vecchia casa padronale isolata a una decina di chilometri dal comune di Tempio Pausania, De André era spesso in Sardegna, dove nei precedenti due anni aveva lavorato insieme a Francesco De Gregori all’album Volume 8. Ma mai prima di Faber in Sardegna si era entrati davvero nella Gallura di Fabrizio. Mai prima si era sentita la voce delle persone che lo circondavano. Qui non c’è nulla dei caroggi e delle crêuze liguri che i suoi brani ci hanno lasciati impressi nell’immaginario. Nessuna via del Campo, nessuna mulattiera di mare, nessun grido in dialetto genovese da parte di anziane signore al mercato. Questi sono i luoghi dell’Indiano e dell’Hotel Supramonte.

Il documentario, benché in alcuni punti un po’ didascalico e infarcito da momenti musicali non sempre riusciti, è la storia di un amore, quello di De André per una terra, tutta da scoprire e conoscere, che il cantautore non volle lasciare neppure dopo l’esperienza del rapimento nel 1979. Ma è anche la storia del suo amore per la terra, quella da coltivare, quella dove far pascolare le sue vacche di razza francese. Ne esce un Faber autentico, ancorché parzialmente velato dall’idealizzazione di chi gli vuole bene. Un Fabrizio con le mani sporche, ma anche un De André curioso di scoprire le tradizioni della sua nuova casa, al punto da parlare un dialetto gallurese più aulico e antico di quello usato dai suoi amici sardi. Un uomo sinceramente anarchico nelle scelte, nonostante le sue origini borghesi. Quell’amico fragile che dormiva di giorno e lavorava di notte o che chiedeva dal nulla a Filippo Mariotti, il fattore che lo aiutava, «dimmi, cosa pensi delle nuvole?», ricavandone una reazione a metà tra il curioso e l’imbarazzato. «Io lo vedo ancora, due o tre volte al mese. Parliamo in sogno di come fare alcuni lavori nelle stalle», dice oggi commosso quel signore ricordando un De André affacciato alla finestra.

In un vortice di polvere gli altri vedevan siccità. Faber ci vedeva la gonna di Jenny o il pesciolino di Sally o gli occhi di bosco di Andrea. Ma in quel vortice di polvere che era l’Agnata prima del suo arrivo Faber vide anche una terra vibrante di suoni. E poi ulivi, cavalli, vacche, laghi, battute di caccia. Cibo fatto in casa. Ingredienti di una musica che ci stupisce ancora ogni volta che la ascoltiamo. Manca. Manca tanto quella sua voce. Ma forse il suonatore Faber sta solo dormendo su quella collina della Gallura.

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