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Farsi Fighi con la musica, vol. #4

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Stanchi di rimanere tagliati fuori dai discorsi degli amici sulle migliori canzoni ascoltate in giro? Stufi di far finta di sapere di che musica si sta parlando? Farsi Fighi è uno spazio per scoprire (forse) prima degli altri brani dei quali (probabilmente) sentirete parlare a breve. E poterne parlare con cognizione di causa. Un appuntamento bisettimanale nel quale vi consiglio una selezione di brani che vi faranno fare bella figura con chiunque vogliate parlarne.

Lana del Rey, Honeymoon
Al di là dei dibattiti ormai scaduti sulla sua originalità e l’essere diventata indie queen pur crescendo nella bambagia major etc. etc., la domanda da farsi su LdR è un’altra: perché, nelle ballad che incide, racconta solo di donne con gli occhi a cuoricione che si fanno perculare dallo stronzo di turno? Perché Lana è una che sa il fatto suo, è difficile che sbagli un colpo, se lo fa è perché sa che la vena è ancora molto ricca. Ergo, i suoi pezzi migliori sono proprio quelli. In Honeymoon, gli ingredienti sono gli stessi, l’opening line è sempre incredibilmente ficcante (We both know that it’s not fashionable to love me but you don’t go cause truly there’s nobody for you but me), i sospironi, l’atmosfera malinconica, l’innegabile potenza cinematica del suo modo di comporre, l’atmosfera vintage, i filtri instagram nel video (per la verità solo i primi 30”, il resto è lyric video) non manca davvero nulla al ristorante Lana. Questi sono i suoi pezzi e Honeymoon è un concentrato delle sue capacità artistiche migliori.

Julio Bashmore, Knockin’ Boots
E’ un nuovo Julio, quello di Knockin’ Boots. Più soulful, direbbero gli inglesi, col cantato molto caldo e le macchine che sì, si sentono, ma è meglio che non vengano troppo fuori.  Bashmore fa musica house piacevole, raffinata, dai forti richiami dance anni ’70. In Knockin’ Boots piace molto quel sample ritornello (uh-oh-oh!) che fa tornare all’età dell’oro, quella dello Studio 54 di NYC o, più patriotticamente, del Divina. Keep on From Here to Eternity, Julio.

Santigold, Radio
Da Santi White ti aspetti sempre molto, vuoi per un primo omonimo disco di marmorea solidità che suona tuttora molto fresco, vuoi perché la macchina dell’hype ai tempi (correva il lontano 2008) ce l’aveva presentata come la nuova M.I.A. e noi tutti dietro come oche. Per alcuni motivi non del tutto dipendenti dalla sua volontà (la promozione dell’ultimo disco fu pessima un po’ ovunque), il secondo Master Of My Make Believes fu un fiasco totale, in primis perché a onor del vero l’ensemble di pezzi era nel complesso deboluccio. Radio invece vuole essere un primo passettino verso la posizione che spetterebbe a Santi White, al fianco di divine – o presunte tali – icone black pop d’avanguardia black come Iggy Azalea o Nickj Minaj. Da provare sotto l’ombrellone.

The Libertines, Gunga Din
Cancellate i Libertines da immaginario collettivo, quelli del periodo 2002-2005,  squatter a Soho e stile di vita esageratamente dissoluto (se non avete idea di come fossero, il primo  singolo What a Waster è uno spaccato piuttosto preciso). Toglietevi per fortuna dalla testa la montagna di gossip raccolto negli ultimi anni dai rotocalchi e tg nazionali sulla loro vita privata, in particolare sul chitarrista. Ora guardate il video di Gunga Din: è chiaro che le energie e il talento per fare bene (oggi come allora) non mancano, da quando sono tornati trasmettono l’idea di far balotta e – finalmente – di poter spaccare il mondo, un po’ come tutti ci si aspettava da loro agli esordi, 13 anni fa. Ce la faranno? Who knows. Di certo c’è che stanno seminando live memorabili in tutta Europa, da Hyde Park fino T in the Park. Dopo il concerto al Fabrique di Milano, per dire, sono usciti in strada su via Mecenate felici come delle pasque, a fare cheers con i pochi fan rimasti. Encomiabile esempio di reunion riuscita.

Beach House, Sparks
Band fra le più apprezzate del panorama indie, a cavallo fra il rock e il pop più trasognato, i BH da Baltimora sono coerenza in 4/4. Il loro sound è sempre riconoscibile, sempre credibile, mai uguale a se stesso, a definirne gli spazi sonori in quattro muri di chitarra shoegaze e le finestre che danno luce sono il loop riverberato della voce di Legrand, un affresco non esattamente celestiale di un mondo che viene illuminato da sole scintille. Sparks, appunto.

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