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Farsi Fighi con la musica, vol. #2

FARSI FIGHI VOLUME 2

Stanchi di rimanere tagliati fuori dai discorsi degli amici sulle migliori canzoni ascoltate in giro? Stufi di far finta di sapere di che musica si sta parlando? Farsi Fighi è uno spazio per scoprire (forse) prima degli altri brani di cui (probabilmente) sentirete parlare a breve. E poterne parlare con cognizione di causa. Un appuntamento bisettimanale in cui vi consiglio una selezione di brani che vi faranno fare bella figura con chiunque vogliate parlarne. (Nella foto, gli Alabama Shakes)

Brandon Flowers, I Can Change
Ariel Reichstad è un campione di producer, ha definito il suono degli album più interessanti degli ultimi anni. Con I Can Change, l’ultimo singolo di Brandon Flowers, ha corso un rischio enorme. Campionare Smalltown Boy per creare una hit ex novo (…) è come giocare a Campo Minato e sapere, che nelle 9 caselle vicine alla tua, 8 sono quasi sicuramente bombe. Il risultato è un pezzo in crescendo, di maniera, paradossalmente dispersivo, volumi alti, bassi distorti, caciarone all’inverosimile. Peccato: Buum!

Alabama Shakes, Don’t Wanna Fight
«Le magnifiche sorti e progressive» della musica passano per le mani di talenti come gli Alabama Shakes? Nella definizione di Carl Wilson (Musica di merda, ISBN Edizioni), non mancano di nulla per essere una band coi controcazzi. Perfettibili, interessanti, testi pregnanti, background personale ricco di spunti, già candidati ai Grammy. Anche se musicalmente non sono un oracolo, gli AS sono un toccasana al giorno d’oggi, una luce di groove in fondo al tunnel di brani mediocri EDM che ci avvolge. E Don’t Wanna Fight è una cura efficace, da sentire in loop, e da cantare rigorosamente in falsetto.

Kendrick Lamar, i
To Pimp a Butterfly, più che un disco è una prova ulteriore dell’esistenza della teoria evolutiva, l’anello mancante fra il rap e moltissimi generi del presente e del passato. Di tutti, i è forse il pezzo più controverso e rischioso del lotto, con il suo spettro vasto di sfumature, tutte in bilico fra la hit commerciale perfetta e lo sperimentalismo più esasperato. L’incipit, il vociare di persone, il riffone di chitarra alla Santana e poi una parte finale fra il jazzato e lo strumentale. Straniante, sì, ma alla lunga vincente.

Disclosure, Bang That
Vi si aspettava al varco, a voi due biondini. Ci avevate fatti sentire vecchi, sorpassati, qualche anno fa, con Latch. Ora però tutti o quasi suonano come voi e Bang That è purtroppo esattamente quello che ci si aspettava: un’occasione sprecata per dimostrarvi avanti anni luce anche questa volta.

Future Islands, The Chase
Tema: Future Islands come realizzazione del sogno americano. Svolgimento: fra nove milioni di abitanti del comprensorio di Baltimora, tre sono dei fenomeni a scrivere canzoni con l’ausilio di sintetizzatori. 4AD se ne accorge, li mette sotto contratto, li manda al David Letterman Show. Risultato: critica in visibilio, successo bello. L’ultimo singolo, The Chase, è un formulario completo di come dovrebbe essere una hit synthpop. Scorrevole, ma non paracula. Divertente, ma non zarra. Con rimandi al passato (New Order su tutto), ma non passatista.

Drenge, We Can Do What We Want
Un’assioma in cui credo fortemente: c’è sempre bisogno di novità nella musica. Prendiamo l’Italia: se iniziassimo seriamente a farci una cultura di ascolti, su quello che funziona o non funziona fuori da qui, forse un lontano giorno potremmo finalmente smetterla di lamentarci e usciremmo dal buco evolutivo musicale in cui ci troviamo, che ha in cima alla catena alimentare mammuttoni che rifanno la stessa canzone da almeno 3 lustri. Io ci provo, partendo da questo pezzo.

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