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Farsi Fighi con la musica, vol. #1

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Stanchi di rimanere tagliati fuori dai discorsi degli amici sulle migliori canzoni ascoltate in giro? Stufi di far finta di sapere di che musica si sta parlando? Farsi Fighi è uno spazio per scoprire (forse) prima degli altri brani di cui (probabilmente) sentirete parlare a breve. E poterne parlare con cognizione di causa. Un appuntamento bisettimanale in cui vi consiglio una selezione di brani che vi faranno fare bella figura con chiunque vogliate parlarne. Più un classicone, sempre del genere, da riscoprire con le stesse intenzioni. (Nella foto, Benjamine Clementine)

Farsi Fighi, volume #1 (28 aprile 2015)

Jamie XX, Places
Se siete sulle tracce di potenziali tormentoni estivi senza che per forza suonino come un rodeo sotto effetto di molly, l’ultimo singolo di quel genietto di Jamie degli XX, è ciò che fa per voi. Il cantato delicato di Romy (anche lei una XX), quell’andamento sciallatissimo, il ritornello appiccicoso come le magliette d’estate: tutti crismi per diventare una hit, perfetta per l’aperitivo in spiaggia, perfetta da riascoltare in loop, perfetto per parlarne con gli amici.

Tame Impala, ‘Cause I’m a Man
Degli australiani si parla da qualche anno, per i puristi dal delizioso Innerspeaker, per i cultori dal solidissimo Lonerism (ricordate Elephant, singolo che ricorda Gioca Jouer in acido?). Quel retaggio musicale dell’anno 1967 che troppo vincolava gli amici Tame Impala sembra essere superato nel nuovo singolo Cause I’m a Man. Mollati gli ormeggi psichedelici, piacevoli come i postumi di un hangover dopo una serata a base di vodka energy drink, gli australiani fanno finalmente musica adatta ai tempi che corrono. Ariel Pink e il suo pop a bassa fedeltà aleggia come uno spirito guida e il pezzo risulta quindi fresco, piacevole, divertente. Da riascoltare senza paura di essere presi per maniaci ossessivi.

Iosonouncane, Stormi
Una dimostrazione di quello che si può fare oggi con intelligenza cucinando musica psichedelica, progressiva italiana, elettronica, tradizionale sarda, pop e cantautorato. Un menù senza forma canzone costruito in suite tipo Atom Heart Mother dei Pink Floyd, tanto solido quanto etereo. Se interessa entrare in questo ottimo ristorante fusion, sicuramente stellato, gestito per di più da uno chef italiano, l’opening Stormi è un menù degustazione sicuramente saporito. E digeribilissimo al primo ascolto.

Benjamin Clementine, London
In un ipotetico word cloud semantico di artisti affini sarebbe sicuramente scritto a caratteri cubitale insieme a Radiohead (quelli di In Rainbows), Woodkid e soprattutto l’Antony  degli esordi (riascoltare il classicone Blind, insieme agli Hercules & Love Affair), per il travaglio vissuto nella breve e già provata esistenza e la devastante sincerità con cui ti parla al cuore quando canta. London parte swing, poi decolla nella parte centrale e alla fine ti fa volare senza paracadute, sorretto solamente dalle emozioni. Da risentire senza soluzione di sosta.

CLASSICONE: The Libertines, Time for Heroes
L’inno di una generazione di giovani inglesi anni zero prima e degli ultras albionici poi (insieme a What a Waster, che merita un capitolo a parte) è uno dei pezzi più significativi della poetica del Pete Doherty bohemien, quello che viveva nelle case occupate e suonava stortissimo la chitarra. Un pezzo dall’innegabile potenza creativa, che parla di rivolte, amori, droga, sangue, ragazzi stilosi e che dimostra una volta di più che dietro tutto quel gossip inutilmente spinto sulla sua figura c’è un paroliere unico, che fece gridare tutti al miracolo quando, insieme ai Libertines, spinse migliaia di giovani inglesi ad imbracciare una chitarra e mettersi a fare musica. We die in the class we were born, the class of our own my love.

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