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Giù le mani dalla musica!

Fabri-Fibra-concertone

Parliamo dell’esclusione di Fabri Fibra dal Concerto del Primo Maggio. Non tanto per difendere l’artista e le sue canzoni “incriminate”, quanto per discutere delle possibilità della musica e della sua funzione, che questa strana specie di censura subita dal rapper marchigiano chiama in causa.

Come il cinema, e a differenza di altre forme d’arte (vedi la pittura o la scultura), l’intreccio di note e parole può essere semplice intrattenimento. Niente di male. Ma può essere qualcosa di molto diverso e assolutamente eterogeneo che per semplicità chiamiamo, appunto, arte – se le due cose convivono, bingo. Però. Se anche siamo abituati a una versione morbida della musica, al puro entertainment, non abbiamo il diritto di mettere in discussione o, peggio, condizionare la sua funzione artistica, che può addirittura, udite udite, essere culturale. Ed è quello che è successo nel momento in cui i sindacati che organizzano il Concertone, su richiesta dell’associazione D.i.Re (Donne in rete contro la violenza)*, hanno deciso di escludere Fibra.

«Le rime del rap servono ad accendere i riflettori dove c’è il buio, rompono il silenzio di mondi mai raccontati. Io non prendo posizione sulle canzoni che scrivo, costringo l’ascoltatore a farlo, a riflettere su quello che canto». Le parole del diretto interessato, che peraltro si riferiscono alla tradizione del rap tutto, sciolgono il nodo. Il compito di un’artista è insinuare dubbi dove prosperano certezze, è togliere i cerotti dove le ferite non si rimarginano. Rappresentare la vita in modo da obbligarci a prendere in considerazione ciò che non avevamo considerato oppure a considerare diversi punti di vista su temi che conosciamo. E per raggiungere questo scopo l’artista può anche indossare panni che non sono i suoi, usando un linguaggio persino disgustoso. Il fine giustifica i mezzi, in questo caso. Versi come “Giro in casa con in mano questo uncino, ti ci strappo le ovaie e che cazzo, me le cucino!” sono terribili, ma non per questo valgono un’accusa di misoginia al loro autore. Dovremmo considerare Vasco Rossi un pedofilo (“Con una mano ti sfiori, tu sola dentro la stanza”, da Albachiara) o Quentin Tarantino un pericoloso terrorista per la violenza che caratterizza i suoi film? Si potrebbero citare centinaia di casi del genere.

Le forzature di chi crede ciecamente alla sovranità del politically correct mi preoccupano. Gli effetti sono devastanti. Perché poi succede che sul palco del Primo Maggio trovino spazio frasi fatte e slogan piuttosto che contenuti (mi ricorda qualcosa, ma lasciamo stare). Succede che quel palco, pensato per dare spazio a temi sociali e in particolare al lavoro, diventi nella maggior parte dei casi una passerella discografica. Succede che la stragrande maggioranza dei giovani sotto quel palco vogliano vedere un concerto e non abbiano la minima intenzione di riflettere su un accidente. Fibra o non Fibra, per scuotere il pensiero servono anche parole che grondano sangue.

*La sensibilità di chi ogni giorno lotta contro gli abusi può sentirsi ferita da certe parole. Me ne rendo perfettamente conto. Ma la triade sindacale avrebbe dovuto porsi al di sopra delle parti. È come se lasciassimo decidere la pena per un atto criminale a chi è vittima del crimine invece che a un giudice terzo.

Tratto da Onstage Magazine, maggio 2013

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