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Ho visto un concerto a Copenhagen e ho imparato 10 cose

Vega Copenhagen

Sono stato a Copenhagen, che dal 6 al 10 maggio ospiterà l’Eurovision Song Contest 2014. La Danimarca intera sta facendo sistema per ottenere il massimo della visibilità da questa vetrina – si prevedono 170 milioni di telespettatori, in Italia sarà la RAI a trasmettere l’evento – e per questo mi hanno invitato a visitare la capitale insieme ad altri giornalisti e blogger, italiani e francesi. Vi risparmio le centinaia di argomenti che potrei portare in favore del nutrito club “Ma che diavolo ci resto a fare io in Italia?” (al quale sto seriamente pensando di iscrivermi dopo questa tre giorni). Non è questo il luogo adatto. Mi soffermo invece su quello che ho visto e ascoltato la sera di venerdì 25 aprile al Vega, storico club di Copenhagen, dove era in programma il concerto dei paladini di casa WhoMadeWho – forse ve li ricordate perché hanno accompagnato Arisa a Sanremo suonando Cuccurucucù di Franco Battiato. Un concerto che mi ha insegnato parecchie cose, che metto qui nero su bianco.

1. I club con una buona acustica esistono. Il Vega è stato costruito nel 1956 e, nonostante sia stato ristrutturato negli anni 90, ha conservato il design e la struttura di allora. E “allora” era un’epoca in cui i sistemi di amplificazione praticamente non esistevano e si progettavano le “concert hall” in modo che la musica si sentisse BENE in acustico. Per esempio costruendo soffitti alti. Abituato alle brutture sonore delle location milanesi, mi stavo rassegnando all’idea che un concerto si guardi ma non si ascolti. Sono lieto di annunciare che non è così.

2. Le transenne non sono necessarie. E nemmeno la security. Al Vega non c’è divisione tra platea e palco. Mi sono venuti in mente gli stadi inglesi. Ma non ho visto nemmeno gli steward che invece affollano Wembley o Anfield Road. Almeno per i concerti, transenne e sicurezza non servono in Danimarca. Hanno già tutto il necessario: la civiltà.

3. Abusare dello smartphone non è obbligatorio. A Copenhagen si va ai concerti per ascoltare la musica. Geniale no? Nelle ore che ho passato dentro il Vega ho notato si e no quattro persone usare i telefoni per fare video o scattare foto o twittare. E solo una l’ha fatto ripetutamente: io.

4. Il crowdsurfing può essere gentile. Quaggiù, ammettiamolo, certe pratiche sono riservate a certi concerti. Quelli duri, con la musica dura. Lassù, invece, il crowdsurfing capita che lo si faccia durante un concerto che sta a metà strada tra rock e dance e che lo facciano ragazzi in camicia, prontamente sostenuti dal pubblico che si preoccupa innanzitutto dell’incolumità dei surfer.

5. I concerti indie non sono necessariamente delle sfilate hipster. Premettendo che ognuno è libero di conciarsi come diavolo crede, non riesco a non sorridere pensando all’omologazione a cui ci si trova di fronte in Italia quando una qualunque band – meglio se internazionale – del so-called circuito indie sale sui nostri palchi. E pazienza se poi la stessa band ha un contratto con una major, in Italia tutto ciò che è figo è indie e viceversa. A Copenhagen non ho visto nulla di tutto ciò: una eterogeneità entusiasmante animava la serata, perché i concerti e la musica non sono appartenenza e non definiscono un bel niente. I target di pubblico lassù non esistono. Ma non ditelo al mio editore.

6. È legale vendere birra non annacquata. In realtà io non l’ho bevuta, ma quelli che erano lì con me si. A sentir loro, era birra vera, non la generica bibita al gusto di birra che generalmente offrono i locali che ospitano i concerti. Per la cronaca, anche la vodka al Vega non è diluita con l’acqua. Ve lo posso assicurare.

 7. Il 3G può funzionare anche in luoghi affollati. Si diceva prima dell’abuso di smartphone. Ok, ma c’è anche chi ai concerti deve lavorare o per lo meno fare finta di farlo. E insomma al Vega c’era pure una rete wi-fi per i giornalisti. Cose dell’altro mondo.

8. Non è noioso andare ai concerti di band che non si conoscono. Anzi, ci si può divertire. Dopo aver parlato mezz’ora con i miei due vicini di live – una coppia che veniva da fuori – e averli ascoltati decantare le lodi degli WhoMadeWho, ho scoperto che non li avevano mai sentiti prima. Nemmeno nominare. Alloggiavano nelle vicinanze del club e, incuriositi, hanno comprato il biglietto. Ed eccoli ballare scatenati una musica per loro inedita. Capite perché i festival all’estero funzionano (in Danimarca hanno il Roskilde che è tra i più grossi in Europa) e da noi no?

9. Anche i danesi broccolano quando sono ubriachi. Ebbene si. L’ho visto coi miei occhi. Il provolone che, barcollando, ammicca alla malcapitata, sfoggiando frasi irresistibili come “lo sai che sei bellissima”, non ha per forza il passaporto italiano. Lo sospettavo. Ma un conto è immaginarlo, un altro è trovarsi davanti un tizio alto due metri, biondo con gli occhi azzurri, che sbiascica frasi incomprensibili ad una ragazza italiana disgustata – facendo inevitabilmente la figura del fesso. Tutto il mondo è paese.

10. Arisa ha un ottimo gusto musicale. Sinceramente, chi avrebbe mai immaginato che la Rosalba potesse infatuarsi di un trio dance-rock nordeuropeo tanto da chiedergli di accompagnarla a Sanremo? Brava lei e bravi gli WhoMadeWho, ottima live band che ha accolto me e un collega francese nel backstage con la stessa gentilezza che qui si riserva – calcolata – solo ai mammasantissima del giornalismo (?) musicale.

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