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Mysterious Ways (l’identità delle star nell’era dei social network)

popstar social network

Forse non è una notizia da prima pagina o una dichiarazione così forte da scatenare un dibattito, ma l’intervista rilasciata a NME qualche giorno fa dai due MGMT regala quantomeno uno spunto per scrivere qualche riga e fare una riflessione. «La gente si aspetta che gli artisti condividano ogni minimo aspetto della propria vita privata ed è per questo motivo che non pensiamo che ci possa essere in futuro un nuovo David Bowie. Lui, per esempio, è stato capace di creare un mito attorno al suo personaggio più celebre, Ziggy Stardust, ammantandolo di mistero e rendendolo più interessante. Nessuno saprà mai con certezza quanto ci fosse di Bowie in Ziggy e quanto fosse solo recitazione. Nonostante tutto, noi come MGMT siamo soddisfatti di ciò che facciamo, in fondo la gente non ci conosce così bene, restano parecchie zone d’ombra nella nostra carriera».

Prima che pensiate che io parlo sempre di David Bowie (non ci sarebbe nulla di male, a ben vedere), il suo è solo un punto di riferimento per spiegare con chiarezza come, in questi anni di social network esasperato, dominati da una Rete che fagocita e banalizza tutto, il mito della rockstar misteriosa sia definitivamente tramontato o quasi. Come facevano notare anche Ben Goldwasser e Andrew VanWyngarde, gli MGMT appunto, i veri oggetti del mistero odierni sono i francesi Daft Punk, mascherati come i robot di un film di fantascienza di serie B e attenti fino alla maniacalità a qualunque aspetto della loro immagine pubblica e, a maggior ragione, privata. E con tutta la buona volontà e l’affetto per il duo di Get Lucky, il paragone con un passato ricco di Led Zeppelin, David Bowie, Iggy Pop, Stones e Pink Floyd non regge un granché…

La domanda è semplice, dunque: regalare un accesso completo alla propria vita rende meno interessante la figura della popstar oppure ne aumenta l’appeal? Probabilmente, come spesso succede, è una questione generazionale. Se chiedete a un quindicenne di oggi, abituato a essere collegato a internet 24 ore su 24, vi risponderà che la forza dei suoi nuovi idoli – Fabri Fibra o One Direction, non importa – sta in quel (falso) senso di totale disponibilità che regalano Facebook, Twitter o qualunque altro social. Conoscere, in qualunque momento, cosa stia facendo Justin Timberlake, al di là del fatto che ci freghi o meno di saperlo, crea comunque un legame più stretto con l’artista e regala un’informazione da condividere con altri fan. Non parliamo poi della lenta agonia che accompagna l’uscita di un disco atteso o l’annuncio di un tour, giocata su un crescendo spasmodico di informazioni che giunge al culmine nel giorno della pubblicazione della notizia. Non è roba per noi “vecchi”, viene da pensare, se non fosse che, per esempio, pur non avendo mai visto mezzo video di Miley Cyrus, posso dire di conoscere perfettamente i dettagli del piccolo scandalo creato ad arte per rendere più vendibile il suo personaggio.

La stessa domanda di cui sopra, rivolta a chi ha vissuto la musica pop negli anni d’oro, sortirà l’effetto opposto, persino in chi, malato di beatlemania (o di mania per qualunque artista pop e rock), era solito collezionare persino il più insignificante dettaglio dei propri beniamini. Gli spazi vuoti nell’informazione, dunque, erano riempiti da commenti e interpretazioni personali, e ognuno finiva per immaginarsi quello che voleva, persino che i Kraftwerk fossero solo dei manichini comandati da musicisti umani, come pensavo io da bambino, dopo averli visti a Sanremo. Quello che contava, in fondo, era la musica, no? Ecco, a pensarci bene, in tutto l’articolo non abbiamo mai parlato neppure una volta di ciò che invece dovrebbe sempre restare al centro della nostra attenzione. Stai a vedere che adesso a nessuno frega niente della canzoni di Miley Cyrus o di Moreno.

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