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Il giusto alibi

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La domanda non è banale. E’ stata una fortunata catastrofe, o una dannata fortuna per noi della generazione di mezzo (a metà tra il telefono di casa e il cellulare, tra le audiocassette ed il cd, il televisore e internet, i dvd porno e YouPorn),  l’avvento dei fratelli Gallagher sulla scena musicale e quindi sulle nostre vite a metà degli anni Novanta? Avevamo solo quattordici anni, per carità! Brufoli e baffi incolti. Ce le siamo meritate quelle vocali allungate alla meno peggio, l’imitazione all’acqua di rose dei “gorgheggi” di Johnny Rotten, o è stato un incidente evitabile? E che conseguenze ha portato un disco come (What’s The Story) Morning Glory?  su ciò che siamo diventati oggi?

L’adolescenza è un momento delicato, lo sappiamo tutti. Il primo amore, le prime botte prese e date, le prime fughe di casa, la prima veloce scopata maldestra. Ma anche la prima fila all’alba davanti a un negozio di dischi, altroché, o il primo concerto vissuto tutto d’un fiato assieme agli amici di sempre e di mai più. Non roba da poco. Io la vedo così: prima venne il detto “Siamo ciò che mangiamo”. Poi si trasformò nel meno salutare “Siamo ciò che suoniamo”. Ma la verità sta a tre quarti. Definitivamente forse: siamo ciò che ascoltiamo. Bene (o forse male), io appartengo a quella generazione particolare che sapeva e sa tutt’ora cantare Wonderwall al contrario, se ne ha voglia. Siamo persone a modo, ma che sanno recitare meglio il testo di Some Might Say piuttosto che il rosario. Amen. E non ci scandalizziamo troppo per aver assaggiato tutte le droghe al mondo sospinti dall’idea stupida e insensata che per una rockstar sia un dovere bruciarsi il cervello. Questa in particolare era e resta una grande cazzata, ma non meno volgare di quegli sfondi blu che facevano da altare alla discesa in campo di Berlusconi in quegli stessi anni. Importava a qualcuno se disturbavano il nostro sacro “zappino” quotidiano alla ricerca di qualche nuovo video su MTV?  Non ci potevamo fare niente.

La calvizie era cosa ancora lontana e prematura. Facciamoci dunque un bel caschetto con la frangia. Come Liam. L’alibi per noi furono gli Oasis, così come per gli Oasis lo furono i Beatles. Così papà è contento. D’un tratto volevamo fare interviste come loro, sì, mentre facevamo interrogazioni di chimica e latino. Cercavamo di essere inglesi in tutto, ma alla pizzetta del sabato sera no, a quella non potevamo proprio rinunciare. Solo che innaffiavamo di Guinness sgasata la tavola. E poi il motorino, mamma mia. Bandito.  Solo la Vespa. Quella sì. Truccata e molesta ma sempre dal meccanico. Paga sempre papà. E per chi come me voleva fare il musicista nella vita? Le canzoni degli Oasis erano brutali, forse anche brutte alcune, ma vive. Come le nostre camerette tappezzate di poster. Eppure non avremmo mai potuto trovare qualcosa di profondo o di oscuro nei loro testi. Nossignore. Aria fritta, la migliore. E pulirsi le dita sui jeans.

Allora cos’è? Cerchiamolo. Quale fu il nostro vantaggio? Cosa ci hanno portato in dono Noel e Liam che a detta di chi venne prima di noi nessuno aveva colto o ricevuto? Io dico questo. Il petto in fuori. Le spalle larghe. La fiducia in noi stessi. Argomenti vasti ma certo così ben distribuiti lungo la discografia del duo di Manchester. La voglia di scoppiare dal desiderio di prendere in mano una chitarra e suonarle a tutti. La tentazione perenne, ossessiva, di lasciarsi travolgere dalla scia franosa di una supernova nel cielo. Anche fosse stata una cometa di due accordi e una rima traballante. Ma è per questo che diciamo loro grazie. Hanno dato colore ai nostri sogni da ingenui. I migliori sogni possibili. La grande verità che ci hanno trasmesso è che una rockstar è solo un uomo che vuole esserlo. E sa vivere come tale. Che il momento dura un attimo. E quell’attimo scivola via. In fondo i compiti a casa da finire non ce li toglieva nessuno, che cosa ci costava fare finta, per un attimo, di essere degli eroi proletari?

(Tratto da Onstage Magazine, numero di marzo/aprile 2015)

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