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Il musicista viene prima

Dave-Grohl

«Mi hanno chiesto di raccontarvi quello che so della musica. Bene, cosa so della musica? So che i musicisti vengono prima di tutto. (…) Devo ringraziare Edgar Winter per aver lasciato che la sua Frankestein venisse pubblicata nella compilation che comprai nel 1975. Avevo 6 anni e rimasi folgorato da quel brano. È un pezzo strumentale, senza parole, ma quello che mi colpì fu proprio la voce dei musicisti che suonavano. La sentivo dentro ogni assolo, nello stile, nella tecnica, sentivo il loro piacere di fare musica insieme ad altre persone. E così mi venne voglia di fare lo stesso. Comprai la mia prima chitarra, insieme a un libro di canzoni dei Beatles, e la mia vita prese una strada da cui non sono mai più tornato indietro. La musica divenne la mia religione, il negozio di dischi la mia chiesa, i musicisti i miei santi e le canzoni i miei inni. La Virginia non era proprio una fucina di rockstar ma non avevo paura di nulla: avevo trovato la mia voce, ed era sufficiente. Non c’era nessuno che mi dicesse se era giusta o sbagliata e quindi per me non c’era nessun “giusto” e nessun “sbagliato”. Era la mia voce.

(…) Nel mio primo viaggio a Chicago conobbi una cugina più grande, Tracy. Era una fottuta punk rocker, che mi ha fatto ascoltare gruppi come Bad Brains, Black Flag, Ramones e decine di altri. Mi portò al concerto dei Naked Regan, il primo della mia vita. Ero in paradiso! Della scena punk mi colpì l’indipendenza dalle logiche delle multinazionali, il fatto che operasse in modo autonomo. A 13 anni capii che potevo avere la mia band, scrivere le mie canzoni, incidere i miei dischi, promuovere i miei show, vendere le mie t-shirt. Le mie cose, da solo. E non c’era giusto o sbagliato.

(…) Volevo essere parte di una rivoluzione, ma probabilmente stavo solo cercando di salvarmi la vita. Ho passato anni a dormire sul palco, per terra nei locali, sotto il palco – quando dormivo. È stato in quel periodo che ho sentito le cinque parole che hanno cambiato la mia vita: «Have you heard of Nirvana?». Non avevano un batterista e così mi sono fiondato. Suonavamo e basta. Non c’era sole, non c’era luna, c’era solo la musica. Comunicavamo tra di noi senza parlare. Eravamo tre persone orgogliose dei propri difetti che suonavano come se tutta la loro vita dipendesse da quella musica. È questo che milioni di persone hanno sentito e sentono dentro Nevermind. Nessuno ci aveva detto mai come suonare o cosa fosse giusto o sbagliato. Era la nostra musica. Onesta, pura, vera.

(…) Come conciliare l’enorme successo dei Nirvana con il sentimento anarchico che avevo dentro? Come accettare quel successo, come definirlo? Beh… Un musicista non deve avere sensi di colpa! Il senso di colpa è un cancro. Ti distrugge. È un buco nero. Non c’è senso di colpa nella prima canzone che scrivi, non c’è “giusto” o “sbagliato”. Sei sempre quella persona: il musicista. E il musicista viene prima. Si fotta tutto il resto! Nessuno può dire quale sia una bella voce. Forse The Voice? Ve lo immaginate Bob Dylan che canta Blowin’ In The Wind di fronte al giudice Christina Aguilera? È la tua voce. Rispettala. Nutrila. Sfidala. Urla finchè non ne avrai più!

Quando Kurt morì ero perso. La musica, a cui avevo dedicato tutta la mia vita, mi aveva tradito. Non avevo più voce. Ho spento la radio, ho messo via la batteria. Non potevo sentire nessuno cantare di dolore, o di gioia. Ne avevo abbastanza. Ma poi mi sono ricordato del sentimento che avevo provato il 4 luglio del 1983, il giorno dell’Indipendenza, ai piedi del Lincol Memorial. Quel sentimento di amore per la vita che aveva scatenato una rivolta emotiva dentro di me. E allora ho iniziato la mia rivoluzione. Sono entrato in studio e mi sono rimesso al lavoro. 14 canzoni in 6 giorni, suonando tutti gli strumenti. Andavo dalla batteria, alla chitarra, alla macchina del caffè, al basso, al microfono, alla macchina del caffè, di nuovo alla batteria e di nuovo alla macchina del caffè. Senza nessuno che mi dicesse cosa era giusto e cosa sbagliato. La stessa one-man band di vent’anni prima, e di vent’anni dopo. Era la mia voce. Feci questa cassetta, un centinaio di copie, e la chiamai “Foo Fighters”, così la gente pensò che fosse un gruppo. La diedi agli amici, ai parenti, a chi incontravo. Per me era una demo, un esperimento, una fottuta terapia. Una casa discografica mi chiamò per fare un album. Così chiesi consiglio a un’amica e sapete cosa mi disse? I musicisti vengono prima. Come quando avevo 13 anni capii che non avevo bisogno di nessuno: potevo avere la mia band, la mia etichetta, scrivere le mie canzoni, incidere i miei dischi, promuovere i miei show, vendere le mie t-shirt. E non c’era giusto o sbagliato perchè era la mia voce. Io ero il musicista e il musicista viene prima. Sono il miglior batterista al mondo? Certamente no. Sono il miglior songwriter? Neanche in questa cazzo di stanza! Ma fin da quel giorno in cui ascoltai Frankstein di Edgar Winter, sono sempre stato capace di trovare la mia voce».

Dave Grohl al South By Soutwest Festival di Austin, 14 marzo 2013.

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