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Kurt Cobain e Dave Grohl: the musician comes first

Kurt Cobain and Dave Grohl

«È da molti anni ormai che non provo più emozioni nell’ascoltare musica e nemmeno nel crearla. Questo mi fa sentire terribilmente colpevole. Non provo più emozioni nemmeno quando siamo nel backstage e sento l’urlo della gente. Ho sempre invidiato Freddy Mercury: la folla lo inebriava, ne traeva energia. Ma per me non è così. Non posso imbrogliarvi, nessuno di voi. Semplicemente non sarebbe giusto nei vostri confronti né nei miei. Il peggior crimine che possa commettere è fingere e far credere che io mi stia divertendo. A volte mi sento come se dovessi timbrare il cartellino ogni volta che salgo sul palco. Ho provato quello che è in mio potere per apprezzare al massimo tutto questo. E l’apprezzo, Dio mi sia testimone che l’apprezzo, ma non è abbastanza». Kurt Cobain scrive queste e altre parole poco prima di suicidarsi. È l’aprile del 1994. Si è arreso alla disperazione che lo ha accompagnato nell’ultima parte della sua vita. Nonostante i Nirvana, nonostante il successo. E anzi proprio per questo.

Quello che più mi stravolge della lettera di addio di Cobain, che per tanti come me cresciuti negli anni Novanta è stato molto più di un idolo, è quel senso di colpa che la pervade da cima a fondo, a volte dichiarato altre nascosto tra le righe. Kurt si sentiva in colpa nei confronti del pubblico, dei suoi compagni e amici, della sua famiglia per questioni che in realtà danneggiavano solo se stesso. Si sentiva inadeguato, fuori posto e quindi colpevole. Quel dannato sentimento autodistruttivo che aveva sempre covato, dopo il successo di Nevermind si era talmente acuito da annientarlo. È devastante anche solo immaginare quanta distanza ci fosse tra il senso d’inadeguatezza provato da un ragazzo di 27 anni segnato da gravi problemi di salute, fisica e psicologica, e la percezione che di lui aveva il mondo. Kurt era un riferimento per tutti, tranne che per se stesso.

Quasi vent’anni dopo, nel marzo del 2013, l’ex batterista dei Nirvana e attuale leader dei Foo Fighters, Dave Grohl, parla dal pulpito del South By Southwest di Austin (Texas) – uno dei più importanti eventi musicali del mondo. Lo hanno invitato perché tenga uno discorso sul senso più profondo della musica e lui regala uno speech memorabile. « (…) volevo essere parte di una rivoluzione, di una ribellione, ma probabilmente stavo solo cercando di salvare la mia vita. Ho passato anni a dormire sul palco, per terra nei locali, sotto il palco – quando dormivo. Poi ho sentito le cinque parole che hanno letteralmente cambiato la mia vita: “Have you heard of Nirvana?”. Non avevano un batterista e così mi sono fiondato. Suonavamo e basta. Non c’era sole, non c’era luna, c’era solo la musica. Comunicavamo tra di noi senza parlare. Eravamo tre persone orgogliose dei propri difetti che suonavano come se tutta la loro vita dipendesse da quella musica. Nessuno ci disse mai come suonare o cosa fosse giusto o sbagliato. Era la nostra musica. Kurt diceva che saremmo diventati la più grande band del mondo. Ma io ridevo, pensavo che scherzasse! (…) Come conciliare l’enorme successo che colse i Nirvana con il sentimento anarchico da punk rocker che sentivo dentro? Cosa diventa a quel punto il successo, come si definisce? Significa fare una canzone dall’inizio alla fine senza commettere neanche un errore? Significa solo trovare quell’accordo che ti fa passare tutti i problemi? Il senso di colpa è un cancro. Ti distrugge come artista. È un buco nero. Non c’è senso di colpa nella prima canzone che scrivi, non c’è “giusto” o “sbagliato”. Sei sempre quella persona: il musicista. The musician comes first, il musicista viene prima. Il resto può andare a farsi fottere». Se solo Kurt Cobain avesse avuto la forza d’animo del suo batterista.

@DanieleSalomone

(Editoriale di Onstage Magazine, numero di aprile 2014)

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