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Neil Young, The National e Jack Savoretti ad Hyde Park. Come funzionano i festival inglesi

neil young the national hyde park 2014

Una giornata ad Hyde Park per capire cosa significhi assistere a un festival inglese. A suon di Neil Young, National e Jack Savoretti. Ecco il nostro resoconto.

Hyde Park, Londra, 12 luglio 2014. La coda per ritirare il biglietto di cinque minuti. Quella per entrare di un minuto. Dentro un’atmosfera di relax e gioia. Siamo a Londra. Hyde Park. Dove per assistere a una giornata di concerti non si devono perdere ore di attesa. Dove gli steward che controllano i tagliandi non rispondono con grugniti o indifferenza ma indirizzano al giusto ingresso. Dove, non c’è niente da fare, i grandi eventi li sanno organizzare infinitamente meglio di noi. Per dirne una, qui anche gli invitati che entrano con l’accredito (gli scrocconi direbbe qualcuno) sono costretti a scucire qualche sterlina: 10 per la precisione, che saranno usate per migliorare il parco, che di base già brutto non è. Chissà che facce farebbero alcuni vip nostrani, quelli del «non sa chi sono io».

Facile parlare bene degli altri e male del proprio Paese, direte. No, non è facile. Perché sarebbe bello poter assistere anche in Italia a concerti dove tutto funziona alla perfezione. Prima, durante e dopo. Dove non si devono aspettare ora per uscire da una location. Dove il pubblico è educato, anche se a volte troppo compassato. Dove non ti capita che dieci persone ti sopravanzino nella calca del prato fingendo di cercare un amico ancora più avanti. Dove un gruppo del livello dei National apre per un certo Neil Young. Dove un giornalista italiano che è venuto per assistere ai concerti e capire come funziona diventa un fastidioso moralista. E quindi ora basta. Spazio alla musica.

Si parte con Jack Savoretti, metà italiano metà britannico. Cantautore vero, dalla voce sorprendente. Lo trovi sotto a un tendone pieno di gente, con un caldo afoso, che suona davanti a un pubblico certo inglese, ma convinto. Merito della qualità delle canzoni. E della capacità di stare sul palco. In Italia lo avevamo già visto a Sanremo e lo avevamo segnalato dopo un bellissimo concerto al Blue Note di Milano. Poco meno di un’ora (nei festival i set sono più brevi) per mostrare a tutti di meritare in pieno di essere sul palco di uno dei luoghi più importanti per la musica live in tutto il mondo (serve a qualcosa ricordare che qui negli ultimi anni sono passati Rolling Stones, Bruce Springsteen e Madonna). E in questi giorni Jack è in Italia, suo Paese natale non solo formalmente perché l’italiano lo parla perfettamente, con un tour estivo da non perdere.

È poi il turno dei National, che sul palco centrale (il Great Oak Stage) aprono per Neil Young. Ormai storico gruppo indie rock americano, che negli ultimi anni continua a girare per i festival di tutta Europa districandosi perfettamente tra grandi venues e piccole piazze. In Italia avevano stupito due anni fa a Ferrara e lo scorso anno a Roma, mentre quest’anno probabile che ripetano la magia a Lucca per una serata speciale con Cat Power. È piuttosto strano sentirli suonare solo per un’ora (questo è il destino degli opener, per quanto siano bravi), per giunta su un palco di quelle dimensioni, tanto staccato dal pubblico, ma quando il solito orso Matt Berninger scende dal palco e si infila a cantare in mezzo al pubblico per la sua personale versione dello stage diving si capisce che la band è carica. E infatti il breve set è di un’intensità impressionante, una sorta di meglio del meglio. Luccicano le perle Squalor Victoria, I Need My Girl, England, Fake Empire e Terrible Love. Anche loro sono in tour in Italia in questi giorni. E non bisognerebbe perderseli.

Arrivano le 19.55 e come da programma, con una puntualità che in Italia (per fortuna in questo caso) ci sogneremmo, salgono sul palco Neil Young e i Crazy Horse. Miti viventi. Tra i pochi che dal vivo sappiano ancora far intuire (capirlo fino in fondo è probabilmente impossibile) cosa significasse fare musica a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta. Il vecchio Neil, maestro di generazioni successive di musicisti, ha stranamente rinunciato al suo cappello a tesa larga per un berretto da baseball con la visiera tirata indietro. Frank Poncho Sampedro, Billy Talbot e Ralph Molina sono i cavalli pazzi che lo accompagnano, insieme alla scultura di un indiano un po’ defilata. Neil non è mai stato uno di molte parole, piuttosto noto per il carattere burbero. E non fa eccezione a Londra, dove potrebbe parlare la sua lingua. Il fatto è probabilmente che il cantautore sa bene di essere in grado di parlare un linguaggio molto più noto dell’inglese, identico in tutto il mondo. E così quando imbraccia la sua chitarra e inizia a suonare comincia la magia. Dura due ore e se non ve le raccontiamo come cronaca è solo perché un concerto di Neil Young è in fondo un’esperienza indescrivibile. Troppo intima per essere trasmessa. Ci abbiamo provato lo scorso anno a Lucca e ancora quest’anno a Barolo.

La prima ora di set è orientata a un rock psichedelico. Molti assoli, canzoni prolungate alla durata di 10-15 minuti. Capolavori come Love And Only Love, After The Gold Rush e Only Love Can Break Your Heart si susseguono senza sosta. Il pubblico è ammutolito. La partecipazione è tutta interiore. Impossibile ipotizzare cori o battiti di mani. Neil potrebbe e può fare quello che vuole. E proprio per questo da un momento all’altro si ritrova solo sul palco, chitarra acustica e armonica a bocca. Parte Blowin’ in the Wind e tutto Hyde Park sembra risvegliarsi da un sogno mistico. Un unico soffuso coro attraversa il pratone e anticipa una toccante Heart of Gold. Tornano sul palco i Crazy Horse per l’ultima parte elettrica, che chiude con una strepitosa Rockin’ in the Free World. Spazio poi ai bis, con chiusura finale lasciata a Down by the River, ultima perla pescata da uno dei repertori più incredibili della storia del rock.

La serata si chiude alle 22, quando molti concerti in Italia iniziano. Una sensazione strana solo guardando l’orologio, perché in realtà la giornata era partita nel pomeriggio con più di una decina di concerti organizzati in tutto il parco prima dell’evento finale. Naturalmente, e qui torna l’estenuante moralista, nessun problema per uscire, per prendere i mezzi, per tornare a casa. Siamo a Londra.

Ma c’è un ma. Almeno in una cosa siamo migliori noi italiani: stare sotto al palco. Certo, sappiamo essere arroganti tra noi, fastidiosi quando siamo troppo fan o terribilmente irrispettosi quando parliamo ad alta voce durante una canzone. La maggior parte delle volte però trasmettiamo delle emozioni a chi sta sul palco che nessun altro pubblico eguaglia. E forse se non fossimo così fastidiosi, casinisti e disorganizzati non saremmo nemmeno così empatici.

@AlviseLosi

p.s. A seguito dei numerosi commenti a riguardo ricevuti al post su Facebook, chiedo venia per essermi dimenticato di menzionare il momento minzione. Semplicemente incomparabile all’Italia. Dieci secondi netti di attesa per entrare in un container profumato con piastrelle alle pareti in bagni (non chimici) puliti. Per le donne l’attesa, mi dicono, fosse inferiore ai due minuti. E sì che le fognature le avevano inventate i romani… Un altra epoca. Un altro mondo.

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