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Non bisogna smettere di guardare

bambino spiaggia bodrum

Ci sono giorni che è più difficile del solito. Giorni che ti chiedi perché continui a scrivere di musica. Capitano sempre più spesso questi giorni, ma l’inerzia che regola il mondo è ogni volta più forte. E tu continui a fare il tuo lavoro, cercare “notizie” che possano attirare lettori.

E poi ci sono giorni che tutto questo diventa insostenibile. E ti chiedi perché continui a parlare di musica davanti a immagini che potrebbero cambiare il corso di una vita, se solo volessi vederle, guardarle. Sei uno che legge, si informa. Sai bene che queste cose accadono. Sono accadute per secoli e continueranno ad accadere. Ti sei sempre vergognato per quanto è meschina l’umanità. E però ti sei sempre nascosto dietro a quella domanda: “ma io cosa potrei fare?”. E così, in fondo, sei diventato meschino anche tu.

Ma un giorno ti chiedi ancora, ostinatamente, che cosa puoi fare per cambiare le cose. E ti dici che guardare è il primo passo. E quella foto di un bimbo morto in mare aiuta. Purtroppo. Fa male, ma aiuta. E allora ti accorgi che quello che puoi fare è semplicemente continuare a scrivere. E per un giorno, per un’ora, prenderti il giusto tempo. Staccare dalla musica, che serve a tutti per dimenticare le preoccupazioni di ogni giorno, per ritagliarti lo spazio necessario a informare, che è la cosa più bella (e a volte atroce) del tuo lavoro. Cosa c’entrano i migranti con la musica? Cosa c’entra la foto del corpo di un bambino su una spiaggia di Bodrum con la musica?

Si chiamano emozioni. Sarà un paragone inopportuno, accostare un momento di luce e uno di buio. Ma quell’immagine, quel bambino, non possono scomparire. Non possono rimanere nel buio dei nostri giorni. Come il ritornello di una canzone che ci mettiamo a canticchiare dal nulla, anche quella foto ogni tanto tornerà a farsi vedere. Ed è giusto che il cuore e la mente in quei momenti tornino a essere una cosa sola.

Non si tratta di avere soluzioni, ma di porsi domande. E realizzare che l’unica risposta possibile è che così non va bene. Magari poi non fare nulla “di concreto”, ma essere consapevoli. Tenere gli occhi aperti su quel bambino. Non voltare lo sguardo.

Forse però è solo il senso di colpa. Forse è solo un modo per pulirti la coscienza, prima di tornare alla tua catena di montaggio. Al tuo credere di essere un ingranaggio insostituibile del sistema.

Ma almeno, ti consoli, mi sono ricordato di guardare.

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