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Passione vs fanatismo

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Non c’è nulla di male nell’amare un artista. La passione è il fuoco sacro della musica, il motore che muove tutto, il motivo per cui attorno a musicisti e band si radunano vastissime comunità di persone. Quello che non mi piace è il fanatismo estremo.

Non c’è nulla di male nell’amare un artista. La passione è il fuoco sacro della musica, il motore che muove tutto, il motivo per cui attorno a musicisti e band si radunano vastissime comunità di persone. È sempre stato così e oggi, con la Rete e i suoi strumenti che consentono il contatto diretto (e quotidiano) tra artisti e pubblico, è ancora più vero. Specialmente in ambito pop – ma, attenzione, vale persino per il metal – sono le schiere di fan a determinare le dimensioni di un progetto musicale. Più tifosi hai, più sei grosso e importante. Così una band giovane non può sperare di emergere attirando l’attenzione di un generico pubblico, deve pian piano costruirsi una sua schiera di supporter.

Quello che non mi piace è il fanatismo estremo (fan viene da fanatic) e la mancanza di lucidità critica, due facce della stessa medaglia. Amare un artista non significa disinteressarsi di tutto il resto, né accogliere a braccia aperte qualunque sua proposta. Mi piace tizio e ascolto solo lui, di tutti i caio del mondo non me ne frega nulla. E tutto quello che fa tizio mi sta bene, non sbaglia mai. Questi comportamenti innescano meccanismi tremendi, per i fan e per gli artisti stessi. Un mondo (musicale) monocolore è brutto, sciapo, o comunque meno saporito di quanto potrebbe e dovrebbe essere. E gli artisti risucchiati in questo vortice perdono aderenza con la realtà. Tendono a sentirsi semidei infallibili, non sentono più quello stimolo ad andare oltre che è l’essenza stessa dell’arte e quindi della musica. Perdono la volontà di migliorarsi, di evolvere. Un vortice negativo, dannoso e antipatico.

Si tratta di un fenomeno tipicamente musicale, parecchio diffuso in Italia. Se ci fate caso, molti dei nostri grandi artisti – quelli più consapevoli – vanno all’estero a incidere i propri album. È sicuramente un’esperienza affascinante, ma quasi sempre si spiega (e così la spiegano loro) con la necessità di trovare le forze per alzarsi dal divano su cui sono comodamente adagiati, coccolati e viziati dall’approvazione dei fan: vogliono rimettere tutto in discussione con persone e collaboratori e in luoghi che nulla sanno di loro e non soffrono la loro celebrità. Così se sbagliano c’è qualcuno che glielo fa notare.

In media, un italiano tra i 18 e i 35 anni – la fascia d’età che maggiormente frequenta i live – guarda due concerti all’anno, tra festival e tour. È poco, siamo sotto la media europea (dove l’ho già sentita questa frase?) ed è facile ricondurre questi dati al discorso sul fanatismo – non è solo il momento storico critico, è sempre stato così. Inizia a giugno una stagione ricchissima di concerti ed eventi musicali: i nostri portafogli sono sempre più sgonfi e i biglietti spesso molto cari (a qualche promoter fischieranno le orecchie), ma allargare i propri orizzonti musicali non ha prezzo. Provare per credere. E se lo spettacolo di un artista che non conoscevamo ci deluderà, saremo liberi di non seguirlo più e di scrivere sui nostri profili che non ci è piaciuto. Ma ne usciremo comunque arricchiti.

(Editoriale di Onstage Magazine, giugno 2012)

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