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Lightning Fuckin’ Bolt!

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di Pedro

Il primo ascolto di un disco è un’esperienza intensa, dai forti contrasti e dalle molteplici sfumature. Un tema sul quale si potrebbero scrivere diverse e complesse teorie (che a loro volta genererebbero infiniti dibattiti tra diverse scuole di pensiero). Un aspetto discusso e discutibile, una linea sottile che cercherò di percorrere basandomi soprattutto sulla mia esperienza personale.

Migliaia infatti sono i dischi che ho avuto il piacere di gustarmi in 28 anni di vita. Migliaia le reazioni che hanno scatenato nel sottoscritto, che però in questo caso, per ovvie ragioni di spazio e sintesi, riassumerà in 5 pressapochiste categorie.

REAZIONE N°1. Elettroshock al cuore. Un brivido lungo la schiena dal primo all’ultimo brano. Camminare a un metro da terra per le ore successive e sentire il mondo ai propri piedi.

REAZIONE N° 2. Good vibes. Hai l’impressione che questo disco non ti cambierà la vita, ma ti farà passare delle belle ore in sua compagnia.

REAZIONE N° 3. Stato catatonico dettato dalla difficile comprensibilità dell’opera. I punti saldi e le certezze che avevi di quella band vengono spazzate via come se niente fosse dal nuovo arrivato. Un grosso punto interrogativo domina nel tuo cervello. Lasci sedimentare le prime impressioni e dopo qualche ora lo riascolti per vedere se qualcosa è cambiato, se la scintilla esplode.

REAZIONE N° 4. Delusione scottante. Il primo pensiero vola direttamente alla prossima uscita discografica della stessa band: “Chissà quanto tempo ci metteranno per pubblicare un altro disco come i precedenti?!?”

REAZIONE N° 5. Rabbia, rabbia, solamente rabbia. Ti senti preso per il culo da una band a cui avresti dato in mano le sorti della tua vita (questa reazione si genera solamente quando il feeling con la band è assoluto). La sensazione di avere buttato via dei soldi ti pervade: “Cazzo, avrei potuto investirli in un sabato sera da urlo. E invece me ne sono stato a casa ad ascoltare questo schifo. Fuck!”

Tutto questo senza prendere in considerazione alcuni aspetti fondamentali che vanno a incidere notevolmente su una prima e superficiale analisi: come le aspettative che un individuo ha sul soggetto in questione (più sono alte, più è difficile che al primo ascolto si generi la reazione n°1), o lo stato emotivo dell’ascoltatore (ci sono alcuni giorni in cui l’avvento di un disco può fungere da “panacea di tutti i mali” ed altri in cui sei pronto a lanciarlo dalla finestra nonostante possa essere un disco magnifico). E senza dimenticare ovviamente il quesito più importante e su cui potremmo scatenare ore e ore di conversazione e dibattiti: “La prima impressione è quella che conta?”

Il primo ascolto, come avrete provato sulla vostra pelle e sulle vostre orecchie, è molto spesso fuorviante, meramente istintivo. Un’esperienza che, rapportata al primo incontro con una persona sconosciuta, può presentare diverse analogie. Vi sarà capitato infatti, almeno una volta nella vita, che una persona con la quale non avete avuto il giusto feeling al primo impatto, per non so quale combinazione di eventi, si sia poi tramutata nel vostro migliore amico o in una persona altrettanto importante. La stessa cosa e le stesse dinamiche si generano per il primo ascolto di un nuovo disco.

Nella mia discreta carriera da ascoltatore seriale, ho adorato come fossero divinità un numero imprecisato di album. Che cosa avevano in comune? Semplice: le sensazioni provocate dal primo ascolto, un primo giro che non mi aveva convinto pienamente. Un giudizio affrettato che con il passare dei giorni e nuovi contatti, veniva ribaltato dal legame che, sempre più stretto, si instaurava con il mio “nuovo amico”. Un amico che da lì in poi sarebbe stato complice delle mie giornate e delle mie urla di fronte alle casse dello stereo.

Ma che cosa c’entra questa logorroica e logorante riflessione sul primo ascolto con il nuovo album dei Pearl Jam? Voi direte: “Non c’entra un tubo!”. E invece c’entra eccome.

Perchè Lightning Bolt entra di diritto nella categoria da me qui sopracitata.

Un album, che in realtà uscirebbe ufficialmente solamente oggi 14 ottobre, ma che è stato in esclusiva streaming su iTunes per diversi giorni (la stessa operazione era stata fatta qualche settimana fa per Mechanical Bull dei Kings of Leon). E potevo io esimermi dall’ascolto violento delle 12 tracce di questo album? Certo che no!

Un lavoro molto curato in ogni suo aspetto, dal punto di vista tecnico (la produzione è stata affidata al fedelissimo Brendan O’Brien, già al lavoro con Vedder e soci per 6 album su 10) a quello grafico. Sono state infatti realizzate oltre all’artwork del disco, curato dal bravissimo visual artist Don Pendleton, 12 cover (una per brano), che svelate sul web una ad una, hanno scandito una sorta di countdown virale.

Un album che però, al primo ascolto, mi ha lasciato decisamente perplesso. Non vi nascondo che al termine di Future Days (l’ultima traccia, tra l’altro bellissima), la mia testa ha formulato questo pensiero: “Tutto qui?!? E’ questa la band che da oltre vent’anni domina la scena internazionale con il suo rock vero e genuino? A quattro anni dal criticato Backspacer (disco che adoro per tiro e leggerezza) Lightning Bolt è tutto quello che sanno fare?”.

Domande legittime dopo un primo ascolto deludente, soprattutto quando sai di avere nelle cuffie una delle band che reputi tra le migliori di sempre.

Domande che però, a poco a poco sparivano, come i dubbi che nutrivo su questa uscita tanto aspettata. Nubi che lentamente si diradavano, scostate da una leggera brezza che piano piano, prendeva sempre più corpo, diventando vento inarrestabile.

Lightning Bolt è un album che va scoperto e vissuto un ascolto dopo l’altro. Un disco che non va accostato ai loro primi capolavori, ma assorbito in ogni sua goccia senza paragoni o confronti. Lightning Bolt segna il ritorno di una band che dopo vent’anni di grande integrità ha ancora voglia di mettersi in gioco e di sfornare canzoni di pregevolissima fattura.

Si apre con la travolgente Getaway, brano in cui la voce di Eddie Vedder e il basso di Jeff Ament diventano una cosa sola. Una prima traccia in pure stile Pearl Jam, subito incalzata dalla rabbia e dalla velocità della bad-religioniana Mind Your Manners, che lascia spazio alla convincente My Father’s Son e alla magia di Sirens, ballad articolata ed emozionante. La title track Lightning Bolt segna una ripartenza forte e decisa, seguita a ruota da Infallible, un brano shuffle costruito a regola d’arte. Si continua con l’oscura Pendulum, uno dei punti più alti del disco e con il rock-blues di Let The Records Play, passando per la brillante Swallowed Whole. Le chitarre acustiche e i violini di Sleeping By Myself ci riportano per un attimo nelle atmosfere sognanti di Into the Wild, mentre è con le bellissime e struggenti Yellow Moon e Future Days che si chiude degnamente un disco davvero notevole.

Un album che egemonizzerà il mio iPod nei prossimi mesi e che è destinato a diventare inevitabilmente uno dei migliori dischi dell’anno. Un fulmine rock, che squarcia in due un panorama musicale grigio e privo di spunti interessanti.

Meno male che la vecchia guardia c’è e anche questa volta ci ricorda come si fa del vero rock’n’roll.

W Eddie Vedder! W i Pearl Jam!

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