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Pensieri sparsi e micro-ricordi dopo la morte di David Bowie

david bowie nuovo album blackstar 2016

Sessantanove anni appena compiuti, sconfitto da un tumore di cui nessuno, a parte i famigliari, era a conoscenza: non lo sapeva neppure Brian Eno, il quale, appena una settimana fa, si era visto recapitare una mail in cui Bowie lo ringraziava per il tempo passato assieme. Forse lo sapeva solo Tony Visconti, con cui ha lavorato fino all’ultimo su Blackstar, il suo testamento definitivo, un disco che, ascoltato a posteriori, pare pervaso da un senso di ineluttabilità e morte.

Facile capirlo ora, viene da pensare, soprattutto parlando di un artista che è stato bravissimo a intuire il futuro prima di tutti, inventando di fatto glam, new wave, certa elettronica, e rivoluzionando il rock un’infinità di volte, divertendosi persino con il soul, la jungle e il pop più commerciale degli anni Ottanta. Una carriera senza nessun paragone possibile.

Non ho mai avuto la possibilità di intervistarlo. Succede, non sempre i sogni si realizzano. Gli avrei detto che Low, per me, è il disco più bello del mondo? Mi sarei fatto raccontare per l’ennesima volta di come fosse vivere a Berlino alla fine degli anni Settanta? Sicuramente mi sarebbe piaciuto chiedergli come mai non fosse andata in porto la collaborazione coi Kraftwerk – non oso pensare a nulla di più eccitante di una roba del genere, a livello musicale.

Invece restano dei micro ricordi, uguali e diversi da quelli di migliaia (milioni?) di altre persone, persino banali, chissà: legati a una splendida trasferta londinese per vedere la mostra David Bowie Is, alla scoperta delle sue canzoni da ragazzino, alle decine di musicisti, scrittori e artisti conosciuti grazie a lui, a L’uomo che cadde sulla terra, alla visita agli Hansa Studios, quelli da cui si vedeva il Muro e in cui incise i capolavori di una carriera intera.

Il vecchio amico e collaboratore Visconti conclude il suo laconico messaggio d’addio convenendo sulla necessità di piangere un artista e un uomo straordinari e ricchi di vita.

E, pure in mezzo alla tristezza di un addio totalmente inaspettato, mi vengono in mente alcuni flash che mi fanno sorridere un po’, come quello dell’Osservatore Romano che celebra Bowie parlando di una carriera dagli “eccessi apparenti” e di una sua “personalissima sobrietà” (certo, come no…) o di un’amica che mi manda una fotografia di un giovane Duca Bianco a Genova davanti a un bar dove siamo stati pochi giorni fa a bere un caffè. E, ancora, di un breve tutorial di YouTube che insegna come pronunciare correttamente il suo cognome (era anche ora, dopo anni di Baui, no?). Si dice più o meno Devid Boui, se non avete voglia di cercarlo in rete.

Qualche tempo fa, mi capitò l’occasione di intervistare Iggy Pop al telefono. Dopo una lunga chiacchierata, al momento del congedo, gli chiesi se avesse avuto modo di ascoltare The Next Day, che era appena uscito: “Non ho ancora avuto tempo, ma sapere di un suo disco nuovo mi ha riempito di felicità”. Bello, no?

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