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Perché Bella ciao la cantano più gli stranieri di noi?

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È una delle più belle e note canzoni della tradizione popolare italiana, ma la canta solo una parte del Paese. Mentre all’estero la intonano ben più di quanto facciamo noi. Perché?

Manifestazione studentesca. Parte Bella ciao e tutti a cantare. Il ritmo è trascinante. E le parole, beh quelle qualunque cosa dicano vanno cantate. Le cantano tutti.

Siamo un Paese strano, dove una delle più belle canzoni popolari che abbiamo avuto in eredità dallo scorso secolo (e dalle sue sciagure) continua a essere un canto politico prima di quello che è davvero: una splendida canzone. Non mi interessa fare un discorso con risvolti politici, ma trovo assurdo privarci tutti, sia chi Bella ciao la canta sia chi invece non lo fa, di un possibile momento di condivisione. Perché Bella ciao non è Bandiera rossa o L’internazionale. No, Bella ciao non fa altro che cantare la liberazione dell’Italia da un invasore.

Alexis Tsipras, il leader del partito di sinistra greca Syriza, ha chiuso il 22 gennaio l’ultimo comizio della sua campagna elettorale cantando Bella ciao, non uno dei tanti canti popolari greci. Perché è una canzone di sinistra? O perché è un canto di libertà, con musica e parole bellissime? Io propendo per questa seconda ipotesi. E non a caso la stessa canzone, la nostra Bella ciao, è stata cantata sempre in questo gennaio ai funerali di uno dei vignettisti morti nell’attacco terroristico al settimanale satirico Charlie Hebdo. I francesi, che noi sempre tacciamo di spocchia e nazionalismo, hanno scelto un canto italiano per dare l’addio al loro amico.

Diamo sempre per scontato che sia Volare la canzone italiana più nota nel mondo. Probabilmente è davvero così, ma il peso del capolavoro di Domenico Modugno è davvero tanto ingombrante da averci fatto dimenticare che la nostra tradizione di canti popolari è una delle più ricche al mondo?

Alan Lomax, uno dei più stimati studiosi di musica folk americana (quello che, per dare un esempio, portò all’attenzione degli Stati Uniti, e di conseguenza del mondo, il lavoro di autori come Muddy Waters, Woody Guthrie e Leadbelly), passò alcuni mesi in Italia tra il 1953 e il 1954 appositamente per studiare la nostra tradizione musicale. Incise i canti popolari su alcuni nastri che ancora oggi sono negli archivi della Columbia World Library of Folk and Primitive Music.

La questione mi sembra in realtà piuttosto banale: perché ci ostiniamo a vedere alcune canzoni come rappresentazione di una parte e non del tutto? Il blues era nato come canto di protesta nei campi di cotone del sud degli Stati Uniti. Era, appunto. Ma oggi è di tutti. Non bisogna dimenticarne le radici naturalmente. Ed è giusto avere bene in mente come e perché  e quando e dove sia sorto. Il suo messaggio e la sua eredità sono però talmente forti da aver superato ogni barriera.

Buona parte della tradizione musicale italiana ha dimostrato di avere la stessa forza di oltrepassare i confini nazionali, rompendo ogni limite imposto dal suo luogo di origine. E in molte regioni questo legame con il proprio passato, anche musicale, è giustamente portato avanti con orgoglio. Ma dovremmo iniziare a pensare che sono tradizioni che dobbiamo condividere. Tutti.

Canzoni come ‘O surdato ‘nnammurato o No potho reposare sono capolavori che tutti conosciamo e cantiamo, magari senza il giusto accento e con una pronuncia improbabile. Ma tutti. Perché non dovremmo fare lo stesso con Bella ciao? Tutti.

@AlviseLosi

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