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Perché non andrò mai (più) a un concerto di Vasco Rossi

Vasco

Nella mia casella c’è una mail del Direttore. Conoscendo la mia avversione al soggetto in questione, mi chiede: «Perché non fai un pezzo in cui spieghi perché non andrai mai a un concerto di Vasco Rossi?». Lo immagino mentre se la ride di gusto, pensando alla condanna per lesa maestà che subirò dopo la pubblicazione dell’articolo in questione. Amen, eccolo qui, ma con un po’ di racconti e spiegazioni. Continuate a leggere.

Sono conscio che ammetterlo mi rovinerà la reputazione di detrattore duro e puro, ma visto che siamo in vena di confidenze… Io, Vasco, l’ho visto dal vivo non una ma ben due volte, più di quanto possa dire per Rolling Stones, Pink Floyd o Clash, tanto per  fare dei nomi. La prima negli anni Ottanta, nel piazzale dietro allo stadio Lamarmora di Biella, un concerto di cui ho un vago ricordo soprattutto per la posizione scomodissima da cui l’ho guardato: appeso alle transenne esterne, per non pagare il biglietto. Ok, non sarà un granché, ma se proprio vogliamo fare i pignoli, quello era il Vasco Rossi al massimo della forma – qualunque cosa voglia dire – e non certo il bravo mestierante di oggi.

Il secondo battesimo del Blasco è arrivato negli anni Duemila, durante una delle cinquanta edizioni dell’Heineken Jammin’ Festival a cui ha partecipato. Ero con un altro direttore, quello della rivista per cui scrivevo all’epoca, e durante la Santa Messa mi nascondevo nel backstage, aspettando l’ultimo pezzo per fuggire prima della fiumana di gente. «Siamo solo noi», cantava lui. «Con altre settantamila persone che sono qui in macchina», pensavo io, mentre scappavo verso il posteggio…

Detto che, mio modestissimo parere, la musica rock sta a Vasco come Cicciolina sta a Formigoni, devo ammettere che buona parte del fastidio che mi crea la sua cosiddetta “poetica” deriva dagli anni del liceo, quando tutti i compagni di scuola mi tormentavano per ore, e in ogni occasione, con i suoi classici – all’epoca direi soprattutto Albachiara (e come poteva mancare?), Vado al massimo e Vita spericolata, un pezzo (e un testo) che ha fatto più danni della grandine. Non si contano i Roxy Bar sparsi per l’Italia e le vite come Steve McQueen che se ne fregano di tutto, sìììììììì… Come lui, per me, solo i Doors (che pure adoravo), i Dire Straits e i Queen. Roba per cui, ancora oggi, ho tolleranza zero o quasi.

Il pubblico. Senza nessuna offesa e senza nessun intento polemico, ma in mezzo a 70/80.000 persone completamente griffate Vasco Rossi (cappelli, sciarpe, bandane, magliette con grafiche terribili, bandiere) mi sentirei veramente a disagio. Lo sarei anche in mezzo ai fan di Biagio Antonacci o Miley Cyrus, intendiamoci, ma non così tanto. Nessun altro artista – se si eccettua la sua nemesi storica, il tremendo Ligabue, che ha su di me lo stesso effetto del Kom, ma moltiplicato per dieci – può vantare un pubblico fidelizzato come lui. Un esempio? Tempo fa, ho venduto un vinile di …Ma cosa vuoi che sia una canzone a un suo fan. Quando ci siamo incontrati, mi ha parlato della sua collezione personale di oltre 500 dischi e io, ingenuamente, gli ho chiesto che altri gruppi ascoltasse. «Nessuno, non mi piace la musica, i 500 dischi sono solo di Vasco ». Mi ha fatto paura.

È vero, gli ultimi lavori del rocker di Zocca (era una vita che volevo scriverlo anche io!) non li ho neanche ascoltati, ma fino a un certo punto, anche solo per osmosi, ho ben presente la sua carriera discografica. Non male agli inizi, per i miei gusti s’intende, piuttosto originale per un breve periodo e terrificante fino ai giorni nostri. Ho comperato Siamo solo noi poco dopo la sua uscita, ma non riesco davvero a rimpiangere di averlo rivenduto e di non avere nulla di suo in casa.

Per curiosità, mi sono letto un po’ di scalette di concerti degli ultimi anni e, ahimè, tra canzoni che non conosco e altre che purtroppo conosco bene, non me la sentirei proprio di partecipare, nemmeno con accredito in zona VIP. Il peggio, per me? La cover di Generale di De Gregori e la versione in italiano di Creep dei Radiohead, roba da denuncia. Senza contare Rewind, Toffee e Ti prendo e ti porto via, il cui titolo mi ha rovinato il ricordo del bel libro di Ammaniti. Spero per voi che non le suoni più in concerto.

La mia soglia di tolleranza di “ehhhhhhhhh”, “nahhhhhhh” e “ohhhhhhh” è ormai bassissima e per fortuna, certificato medico alla mano, mi impedisce di partecipare al rito catartico annuale in cui lo stadio di San Siro trema sulle note del Blasco. Se sono (s)fortunato e ho il vento contro, sento distintamente la sua voce anche da casa mia, complici l’estate e le finestre aperte. Mi può bastare, salutatemelo voi.

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