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Perchè Smells Like Teen Spirit ha cambiato la mia vita

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Il 10 settembre 1991 stavo per compiere 13 anni e non sapevo chi fossero i Nirvana. Nel mio walkman si alternavano cassette dei Queen e dei Guns N’ Roses, album degli AC/DC e dei Doors, qualcosa dei Kiss e degli Aerosmith. Poi – siccome in quel periodo storico faceva figo essere duri e arrabbiati – le copertine dei dischi degli Iron Maiden e dei Megadeth mi portarono a sottopormi a intense sessioni di ascolti heavy metal, che mi convinsero di essere un vero metallaro.

Eppure c’era qualcosa che non mi quadrava. Non solo lo sentivo dentro di me, ma era piuttosto palese. Ascoltavo Ride The Lightning dei Metallica esaltandomi su Fight Fire With Fire, ma in realtà aspettavo che il nastro arrivasse a Fade To Black. Andavo ai concerti metal, ma mi limitavo a cantare e ascoltare, tenendomi a distanza di sicurezza dal pogo. E non mi passava nemmeno per la testa di indossare chiodo e stivali. Ma adolescenza fa spesso rima con testardaggine: piuttosto che mettere in dubbio le mie convinzioni, scacciavo via i pensieri e procedevo in direzione ostinata e contraria.

Poi un bel giorno un amico inserì nel mio stereo portatile il cd di Nevermind e le note di Smells Like Teen Spirit mi tramortirono. Era metal? No, era grunge, mi dissero. E che cos’era il grunge? Non me ne importava nulla. Quel pezzo era perfetto stilisticamente, emotivamente e a livello sonoro. Era duro, ma la sua forza stava anche nella musicalità. Era incazzato nel modo giusto. Era così semplice da risultare assolutamente raggiungibile: neanche l’ombra di un tecnicismo, perfino un chitarrista alle prime armi avrebbe potuto imparare quell’assolo di chitarra tanto basilare quanto appropriato. Insomma, avevo trovato quello che stavo inconsapevolmente cercando. E oggi, a 25 anni di distanza, so per certo che non ho mai più provato un’emozione simile ascoltando una canzone per la prima volta. Chiudo gli occhi, metto Smells Like Teen Spirit in repeat e provo a ricordare le ragioni per cui questo pezzo mi ha cambiato la vita.

Ascoltavo la pop music perché ero infelice. O ero infelice perché ascoltavo la pop music?
La citazione di Alta Fedeltà di Nick Hornby calza a pennello. Qualcuno potrebbe dissentire sul fatto che Smells Like Teen Spirit fosse effettivamente un pezzo pop, ma il tempo lo ha consacrato come tale (e lo stesso Kurt ha dichiarato di aver cercato, finché componeva, di scrivere la perfetta canzone pop). Ed era un brano molto, molto infelice, al pari di Cobain. Ma l’infelicità in questo caso non si chiudeva nei convenzionali accordi minori o tramite languidi arpeggi di chitarra acustica accompagnati da una voce sussurrata. Nossignore: l’infelicità si trasformava in energia, e pure positiva. Era un modo di esprimerla che ti faceva venire voglia di ballare, di pogare, di urlare. E alla fine ti ritrovavi ad esorcizzare il tuo sconforto interiore gridando più forte che potevi, senza tuttavia riuscire a liberartene del tutto – nel più spiazzante degli equilibri.

Per molti ma non per tutti
Il brano gira su quattro accordi per cinque minuti. Una stesura armonica banale, che senza un’adeguata interpretazione porterebbe rapidamente alla noia. La differenza però la fanno l’intensità emotiva e lo sviluppo del pezzo, che prima ti culla e poi ti schiaffeggia, seguendo (come ammesso dallo stesso Cobain) la lezione dei Pixies: «prima sommessi e tranquilli, poi fragorosi ed energici». Ai tempi – in un’improvvisa quanto inspiegabile smania adolescenziale di condividere le mie passioni – mi ero ritrovato a pensare che avrei potuto fare ascoltare la strofa ai miei genitori, convinto che avrebbero apprezzato. Sapevo invece che non avrei avuto altrettanta fortuna con il ritornello, che aveva qualcosa di proibito. Era talmente sfacciato e arrabbiato da risultare in qualche modo offensivo. Era un’ode allo spaccare tutto. Quella chitarra – che fino a al bridge (intro a parte) si era limitata a suonare due misere note – ora sferragliava come un ossesso, la voce, dapprima morbida, pareva posseduta dal demonio, e la furiosa batteria di Dave Grohl faceva il resto. No, non era adatto agli adulti. Decisi quindi che avrei tenuto il ritornello (e di conseguenza il pezzo intero) solo per me.

Vuoi mettere?
Con una conoscenza dell’inglese da terza media, un titolo del genere per un tredicenne italiano era accompagnato da un alone quasi leggendario. Si narra che Kurt abbia voluto intitolare la canzone così per via di una scritta che la sua amica Kathleen Hanna (delle Bikini Kill) aveva apposto sul muro di casa sua con della vernice spray. “Kurt Smells Like Teen Spirit”: “Kurt profuma di Teen Spirit”, laddove “Teen Spirit” si riferiva a un deodorante per adolescenti molto usato all’epoca. Cobain invece interpretò la marca del deodorante in senso letterale, dandogli un’accezione personale e sociale: “Teen Spirit” come spirito adolescenziale, e quindi ribellione e tutto quello che ne segue. In ogni caso, l’opportunità di dire agli amici “ieri sera ho ascoltato Smells Like Teen Spirit” (con tutte le difficoltà di pronuncia annesse) non ce la si poteva lasciare sfuggire: a declamare “Ieri sera ho ascoltato Don’t Cry” erano buoni tutti.

Non fa niente, lascia stare
Oltretutto quel magnifico titolo non compariva nemmeno nel testo. Un testo a dir poco incomprensibile, criptico e fuori di testa. Considerando inoltre che ai tempi Google era fantascienza, la frittata era fatta: ognuno recitava le parole che capiva, e quelle chiare erano davvero poche. Tradurre le urla di Kurt nel ritornello era un’impresa, con tutto quel frastuono (forse filtrava un “I feel stupid”). E poi cosa diavolo c’entravano gli albini, i mulatti e i mosquitos? I continui cambi di soggetto nelle strofe rendevano la narrazione impossibile da decifrare, mentre non credo che qualcuno sia mai riuscito a captare quel how low nascosto tra i mille hello del bridge. Per fortuna svettavano frasi come “I’m worse at what I do best”, “It’s fun to lose and to pretend” o “I found it hard, it was hard to find, oh well whatever, nevermind”, che erano più che sufficienti per entrare in completa sintonia con il pensiero dei Nirvana.

Visone alternativa
Ragazze pon-pon annoiate (“Eccoci qui. Intratteneteci”) che incitano quasi controvoglia un pubblico inizialmente tranquillo, che con il passare dei minuti si scatena sempre di più, arrivando a pogare e a fare crowd-surfing. Il bidello che si lascia trasportare dal ritmo e balla con la sua scopa. Lo sguardo di mezza sfida di Kurt Cobain quando termina l’assolo e attacca con la terza strofa. L’inevitabile distruzione degli strumenti finale. Centinaia di volti, e NESSUN sorriso. Scene girate in una palestra di una qualsiasi high school americana, filtrate attraverso una luce disorientante e qualche nuvola di fumo. Così io – abituato a scene da film di Hollywood dove bellissime cheerleader si dannano l’anima per mettersi in mostra e coinvolgere i tifosi entusiasti in un’atmosfera di festa e allegria – la prima volta che mi imbattei nel video rimasi a bocca aperta. Non era esattamente un capovolgimento della realtà, ma piuttosto una visione alternativa e conturbante della stessa. Caricate le armi e portate i vostri amici, perché qui si fa la rivoluzione. Come già sottolineato, era difficile capire le parole del testo, ma il videoclip riusciva comunque a comunicare il messaggio: quelle scene erano un invito a trasformare la debolezza della cosiddetta Generazione X in energia per risollevarsi. Nonostante il primo a non crederci fino in fondo fosse proprio lo stesso Kurt.

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