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Perché sono contento di non aver visto i Beatles 50 anni fa a Milano

Beatles-milano-1965

Viviamo di rimpianti, in Italia. Siamo il Paese del “si stava meglio quando si stava peggio”. E così anche un’occasione come l’anniversario dei 50 anni dalla prima esibizione dei Beatles nel nostro Paese diventa per i più un ricordo dei bei tempi, quando il rock era davvero rock (o il pop era davvero pop) e i concerti costavano poco. E altre banalità del genere. Per fortuna il ’68 doveva ancora arrivare e con esso anche il movimento della “cultura non si paga” che portava torme di studenti incazzosi ai concerti, convinti di poter entrare “aggratis” (insieme a qualche pistola, come al tristemente famoso live di Francesco De Gregori al Palalido di Milano nel 1976).

Io quel 24 giugno 1965, quando i Fab Four si esibirono al Velodromo Vigorelli (a proposito, aspettiamo la fine dei restauri), ancora non ero nato. Mio padre avrebbe compiuto 18 anni il giorno dopo e mia madre li aveva compiuti un anno prima. Sarei nato nell’autunno di 20 anni dopo. E i Beatles li avrei conosciuti nei successivi vent’anni. E proprio questo mi sembra significativo: il fatto che un giovane cresciuto tra i Novanta e i Duemila conosca (e bene) i Beatles, una band che quando ho visto il mio primo concerto si era sciolta da quasi 30 anni.

Credo di non dire una mostruosità se affermo che i Beatles sono sempre stati una band da studio più che da live. Ma non per il motivo che oggi associamo a questo tipo di considerazioni (leggi alla voce: “artisti che non sanno suonare e/o cantare e sfruttano le magie degli studi di registrazione per far credere ai fan di saperlo fare, salvo poi usare l’autotune o il playback dal vivo”, sì è una voce un po’ lunga). I Beatles sapevano suonare e sapevano cantare, basta andarsi a vedere Anthology, con i video delle prove in sala di registrazione. E sapevano fare anche una cosa fondamentale per stare sopra a un palco: sapevano improvvisare. Ma tutto questo non basta.

Per la riuscita di un live una sola cosa è davvero essenziale: l’attitudine. E non tutti i quattro ragazzi di Liverpool l’avevano. Sir Paul McCartney negli anni ha dimostrato di sapersela cavare, ma non scordiamoci i lunghi periodi di pausa dai tour che si prese dal 1979 al 1989 (con sporadiche e brevi apparizioni, come Live Aid) e poi dal 1993 al 2002 (anche qui con rare apparizioni). Lo stesso può dirsi di George Harrison e Ringo Starr. Chi invece col palco voleva avere poco a che fare era John Lennon. Ma sarebbe ingeneroso (e sbagliato) sostenere che i Beatles non erano in grado di proporre concerti di alto livello. E non è questo il punto.

La realtà è che i Beatles appartengono a un’epoca di trasformazione per la musica pop. E l’aspetto fondamentale è il passaggio al professionismo. I Beatles furono tra i primi artisti a esibirsi in location enormi per quel periodo, come il Shea Stadium di New York. E proprio questo esempio è significativo: avete in mente come fu strutturato quel live? Tribune piene di spettatori (e spettatrici) urlanti e la band in mezzo al campo, su un palco relativamente piccolo, distante decine (e forse centinaia) di metri dal pubblico. Per non parlare della qualità che l’amplificazione dell’epoca era in grado di (non) garantire. I Beatles arrivarono prima del periodo dei grandi live ed ebbero (probabilmente) anche il merito di costringere i promoter di allora a prendere con maggiore serietà gli eventi dal vivo e a curare con attenzione i tanti problemi che un concerto comporta.

Non è quindi solo un capriccio se loro stessi decisero di fermarsi coi live ben prima di farlo anche come band in studio. Da una parte erano certamente stanchi di una vita che non dava mai loro la possibilità di stare fermi e lavorare sulla propria musica (c’è bisogno di ricordare dal 1966 in poi, quando smisero con l’attività dal vivo, cosa furono capaci di scrivere, registrare e pubblicare?). Dall’altra era probabilmente frustrante non riuscire a garantire sul palco la stessa qualità che erano in grado di produrre in studio.

Paradossalmente oggi, con la scarsa abitudine che abbiamo alla qualità sonora (lo streaming è comodo, ma appiattisce ogni suono: alti, bassi e medi non si distinguono più), saremmo quasi più disposti ad accettare casse gracchianti. Ma ai tempi, con la pulizia che avevano i vinili (almeno di quelli nuovi), ascoltare un concerto in una location di grandi dimensioni non era la stessa cosa di oggi. Poi è vero che gli eventi live non vivono di sola qualità sonora, ma anche di emozioni dettate dal “qui e ora”. E l’arrivo dei Beatles a Milano fu senza dubbio un evento. Ma chi ne aveva la possibilità, a quei tempi, i Beatles avrebbe preferito di gran lunga ascoltarli in un club in Inghilterra, affrontando un viaggio di due giorni con una Cinquecento.

Quindi celebriamo pure il primo concerto italiano dei Beatles, il 24 giugno di 50 anni fa, ma non rimpiangiamolo. Perché se c’è una band che sono felice di non aver visto dal vivo, per non guastarmi l’incredibile stima e amore che ho per loro, quelli i Magnifici Quattro. Che furono capaci di innovazioni tali in studio da essere ancora oggi il gruppo più importante nella storia della musica. E se ho un rimpianto, è sapere che una reunion non sarà mai possibile. Perché vederli dal vivo oggi, o dieci anni fa, allora sì avrebbe avuto un senso.

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