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Sanremo, (anche) questa è l’Italia

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Il Festival di Sanremo andrebbe rispettato e osservato (se non vogliamo usare la parola “ammirato”) come un monumento nazionale. Non certo per il suo carattere particolarmente “ingessato”, ma per il fatto di rappresentare, ancora oggi, la voglia di rinascita e di benessere che pervadeva il nostro Paese dopo la tragedia della Seconda guerra mondiale. Del Festival cominciò infatti a parlare, dopo la fine del conflitto, una sottocommissione culturale del Comune di Sanremo, che cercava un modo per rilanciare il glorioso Casinò, rimasto chiuso durante la il periodo bellico. Ne parlavano personaggi illuminati, con tanta voglia di fare, per ricostruire l’Italia e competere culturalmente col mondo. Rambaldi, Nizza, il direttore del Casinò Busseti e poi Razzi, direttore artistico della Rai, sono i padri fondatori di quel concorso canoro che ancora oggi guardiamo.

Scoprirne le origini potrebbe farcelo apprezzare di più, dato che ci sono già troppi i motivi che ce lo fanno mal digerire, primo fra tutti il fatto di non essere mai una vera fotografia della musica in Italia. Come la storia ci ha dimostrato, quelli che vendono dischi, che fanno lunghi tour e soprattutto che hanno un pubblico davvero numeroso, sono raramente tra i big del Festival, men che meno tra le nuove proposte e quasi mai tra chi vince. Le eccezioni confermano la regola. Eppure Sanremo rimane ad oggi l’unico programma musicale televisivo di interesse nazionale dove si suona dal vivo e si presentano canzoni originali. L’unico che, nel bene o nel male, riesce ad avere un importante share televisivo (12 milioni di spettatori in media a serata nel 2013).

Nel 1951 i cantanti che si esibivano erano solamente tre, le canzoni in gara venti. Avete capito bene: cantavano sei o sette canzoni ciascuno. Insomma vinceva l’interprete, ma era la canzone a fare la differenza. Voglio sperare che sia ancora così. Che vinca veramente la canzone più bella, senza che ci siano di mezzo gli interessi delle multinazionali discografiche, i soldi, la politica, le spinte, i televoti falsati. Insomma senza tutto ciò che spesso ci fa dire: ecco, questa è l’Italia.

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