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Dobbiamo essere bravi perchè non è facile

star social network

Un altro David Bowie non esisterà più ed è colpa dei social network. È la tesi di Andrew VanWyngarden e Ben Goldwasser, genietti newyorkesi cui appartiene la ragione sociale MGMT – un nome che a molti di voi potrebbe non dire niente, ma che indica uno dei gruppi più interessanti e rispettati che l’America abbia partorito negli ultimi 10 anni. «La gente si aspetta che gli artisti condividano ogni momento della loro vita» ha dichiarato Goldwasser al sito statunitense Digital Spy. «Probabilmente non potranno più esistere artisti come David Bowie. Quando ha fatto nascere Ziggy Stardust, non sapevi mai se era veramente Bowie o il suo personaggio: questa possibilità con i social network è andata persa». Non è vero. È vero il contrario.

Lady Gaga è l’esempio più evidente – ma ce ne sono molti altri – di come Facebook, Twitter, Instagram e compagni bella non impediscano agli artisti di giocare con la propria identità. Anzi, eliminare il filtro dei media nel rapporto con i fan e il pubblico consente loro di condurre le danze con ancora maggiore sicurezza, perchè possono controllare la comunicazione e quindi stabilire cosa dare in pasto alla Rete, come, quando e perché. I media giocano di sponda, perché spesso non gli resta altro che amplificare – anche quando non ce ne sarebbe bisogno – tutto quello che viene postato online direttamente dalla fonte. È vero, l’esposizione degli artisti è clamorosamente aumentata, ma questo non significa che i social gli impediscano di scegliere l’ambiguità, il mistero. Nell’era della comunicazione ultraveloce, poter stimolare il pubblico in modo rapido, ripetitivo ai limiti dell’ossessione, è un’arma in più per costruirsi un’immagine, qualsiasi essa sia.

L’impatto negativo dei social network sugli artisti è un altro. Ha messo in moto un meccanismo per cui sembra obbligatorio porre sullo stesso piano comunicazione e musica, come se fare un bel pezzo o disco o video non bastasse, come se non fossero le canzoni il modo migliore per comunicare con il pubblico, per dirgli qualcosa di se stessi. È passato il concetto che se non hai milioni di fan su Facebook o follower su Twitter sei uno sfigato senza futuro. Così qualcuno si compra un “seguito”, qualcun altro spende più tempo a studiare strategie di comunicazione che accordi e suoni. Capisco specialmente i più giovani se si sentono impotenti di fronte a questa nuova realtà, ma quello che hanno da dire è ancora molto importante, più di come lo dicono sui social.

I media possono fare qualcosa per arginare lo straripante potere che Facebook&Co. hanno consegnato all’immagine. Sembra un paradosso, ma possiamo e dobbiamo cercare di rimettere al centro di tutto l’artista in quanto tale e non in quanto comunicatore. Per capire chi lo è davvero, artista, e chi finge di esserlo. Dobbiamo tirargli fuori dalle viscere quello che ha bisogno di più tempo per essere espresso e compreso, contrastando la supersonica velocità della comunicazione in Rete. Dobbiamo rimetterli al centro dello loro storie facendogli raccontare quello che hanno realmente da dire e non quello che pensano di dover dire. È importante, e dobbiamo essere bravi perché non è facile.

@Daniele Salomone

(Tratto da Onstage Magazine, numero di ottobre)

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