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Uscire dalla crisi ridimensionando le aspettative

crisi concerti

Ci siamo. Alla fine, la crisi ha investito anche il settore della musica dal vivo. È bastato frequentare concerti e, soprattutto, festival per averne la certezza.

crisi concerti

Ci siamo. Alla fine, la crisi ha investito anche il settore della musica dal vivo. Non sono in possesso di dati ufficiali – arriveranno tra molti mesi – ma è bastato frequentare concerti e, soprattutto, festival con una certa regolarità nelle ultime settimane per averne la certezza. Dai promoter confermano, qualcuno l’ho intervistato con qualcun altro ho fatto delle chiacchiere informali. Nei primi mesi dell’estate 2012 hanno venduto molti meno biglietti di quanto si aspettassero. Naturalmente ci sono delle eccezioni, ma la tendenza generale è negativa.

Come per la complessiva situazione economica italiana, anche qui il calo si spiega con un mix di situazioni strutturali e contingenti. I consumi degli italiani si sono ridotti. Fino all’anno scorso l’entertainment musicale era stato risparmiato, nonostante fossimo in piena crisi anche nel 2011. Oggi ci sono probabilmente ancora meno soldi nei nostri portafogli ma sicuramente facciamo più fatica a spenderli, anche per una questione psicologica – se apparteniamo al famoso 99% della popolazione. Ma qui finiscono le cause del calo non imputabili all’industria dei live e cominciano i problemi strutturali. Le colpe.

Parliamo dagli artisti e dei loro management, che il pubblico tende a risparmiare dalle critiche (per affetto). Con la contrazione del mercato discografico, i concerti sono diventati la loro principale, quando non l’unica, fonte di reddito. Ecco perché, se fino a qualche anno fa le tournèe si organizzavano ogni due/tre anni, oggi sono sempre tutti in giro. Molti artisti internazionali passano dall’Italia ogni 12 mesi, con magari tre o quattro concerti a botta. Così l’offerta di live diventa enorme – il mercato è saturo, direbbe un economista – e il pubblico non può accoglierla. “Ho meno soldi e ti ho già visto l’anno scorso, scusami ma salto il giro”. Non apro il discorso sulla qualità dei concerti.

Mi concentro invece sul capitolo degli ingaggi: influiscono in modo decisivo sul prezzo del biglietto! I promoter organizzano concerti per fare impresa, devono guadagnare, ma la politica di pricing (come per qualunque azienda) dipende anche dal costo delle materie prime, che qui sono artisti e band, con la produzione che si portano appresso. Nessuno si è rassegnato a guadagnare meno in nome di un minor potere di acquisto del pubblico e di numeri decisamente inferiori al passato (vale anche per i big). Così i promoter non hanno che due scelte: o accettano, alzando il prezzo del biglietto per tutelarsi, oppure non ingaggiano l’artista. Solitamente scelgono la prima opzione – la formula “prezzo più basso = pubblico più numeroso” non funziona quasi mai”.

Ha ragione Dente, intervistato da Onstage, quando dice che gli artisti devono cambiare mentalità. Per esempio i Subsonica, come altre volte in passato, hanno scelto di fare un tour (la scorsa primavera) con un biglietto a 20 euro, se non ricordo male. Il promoter non ha potuto far altro che accettare. Hanno guadagnato tutti di meno ma hanno guadagnato tutti.

Naturalmente anche gli organizzatori hanno le loro colpe. Location scomode quando non brutte, impianti audio inadeguati, scelte sbagliate a livello artistico, specialmente sui festival. Poi ci sono altre responsabilità, per esempio delle amministrazioni locali che impongono limiti e vincoli spesso ridicoli (penso al volume dei concerti all’aperto a Milano, la città in cui vivo, una cosa ridicola).

La crisi economica che sta investendo l’Occidente – oggi solo l’Europa a dire la verità – è partita da un fatto specifico (la bolla immobiliare) che ha messo in moto un circolo vizioso. Una cosa simile sta accadendo nel mondo dei concerti. La bolla è scoppiata. C’è da mettersi in testa che vanno ridimensionate le aspettative, a partire dagli artisti. Meno concerti, meno cari e di maggiore qualità. Non c’è altra soluzione.

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