Cinema

10 ottimi motivi per non andare al Festival del cinema di Venezia

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Le ondate di caldo infernale dei vari Caronte, Acheronte, Flegetonte eccetera eccetera sono finite e si avvicinano le tempeste e il fresco autunnale. Sì, anche per quest’anno è tempo di Festival di Venezia. Anzi, scusate, chiamiamo le cose con il loro nome anche se è interminabile perché altrimenti magari si offende qualcuno: Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Dal 2 al 12 settembre il Lido accoglie (ma sì, utilizziamo questo verbo) star, registi e attori, oltre a schiere di critici, cinefili, curiosi e questuanti. La kermesse cinematografica più importante su suolo italico rinnova la sua tradizione che, per la verità, è piuttosto in discesa negli ultimi anni (per non dire lustri). In questa decina di giorni quotidiani e telegiornali riscoprono l’esistenza del cinema e ne parlano a profusione. Spesso a capocchia. Ma è davvero obbligatorio andare al (dai questa volta concedeteci la forma più breve) Festival di Venezia pena fulminazione istantanea ed espulsione dal reame degli appassionati della settima arte? Ecco 10 buone ragioni per le quali la risposta alla domanda è no.

CORPI ESTRANEI
Sono le 23 e 30. Sei appena uscito dalla proiezione di un film (magari pure deludente) in concorso al Festival. E magari sei riuscito a vederlo per miracolo dopo ore e ore di coda sotto al sole cocente (o più probabilmente sotto all’acqua scrosciante). Dopo tutta questa fatica senti di esserti meritato del cibo. Ti aggiri come uno zombie un metro al di fuori dell’area della Mostra. Il deserto. Pochi spettri affamati si manifestano sui marciapiedi, mentre l’isola sta già dormendo sonni profondi. Sei costretto a tornare nell’area perimetrale dove si concentrano le strutture del festival. Forse troverai un panino a 6 euro e un’acqua a 2 euro e 50. Storie di un’ordinaria serata alla Mostra del Cinema di Venezia. E non che di giorno ci si trovino tappeti rossi davanti ai piedi (a parte quello davanti al Palazzo del Cinema, ovvio, che però è difficile da calpestare per i comuni mortali). Diciamo che ci si sente un po’ un corpo estraneo sopportato con malcelato fastidio, ecco.

IL BUCO PIÙ CARO DEL MONDO
A proposito di Palazzi del Cinema, la sapete la storia di quella voragine costata quattromila euro al metro quadro? Esatto, è proprio la storia del “nuovo” Palazzo del Cinema di Venezia. Il progetto fu partorito nel lontano 2004 e la prima pietra fu posata nel 2008. Il tutto doveva essere inaugurato per il Festival del 2011, in occasione dei festeggiamenti del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia. Ecco, peccato che invece la storia abbia virato da un’altra parte e consti di commissari della Protezione Civile, barbari scavi, una pineta distrutta e soprattutto, rulli di tamburi, presenza massiccia di amianto. Stop. Contrordine. Passano gli anni e ancora non si è risolto nulla. Il buco è stato coperto in maniera pietosa ma state tranquilli, spettatori, attori, star, registi, cinefili e bagnanti possono ammirarlo in tutta la sua bellezza senza alcuna difficoltà. Ormai il buco è una certezza: prima o poi vincerà anche un Leone.

NIENTE SCORSESE
Diciamocela tutta, le anime candide che hanno dato un’occhiata alla lista dei nomi dei presenti a Venezia a fine luglio sono sobbalzate sulla sedia soprattutto quando hanno letto il nome di Martin Scorsese. Eh sì, perché un suo film era annunciato in pompa magna in laguna. Nel cast Leonardo Di Caprio, Robert De Niro e Brad Pitt. Tutti insieme appassionatamente. Che cosa, scusate? È solo un cortometraggio? Eh va beh però chissà che cortometraggio… sarà una goduria breve ma intensa. Peccato che alla fine Martino, Leonardo, Roberto e Brad se ne restino a casa. Il cortometraggio non è ancora finito.

JOHNNY DEPP BRUTTO
Incassato il colpo per l’assenza di Martin Scorsese, cinefili e soprattutto cinefile cambiano obiettivo e gioiscono per Johnny Depp. Il bel tenebroso Johnny sarà al Lido. Già signore e donzelle si immaginano di ammirarlo sullo schermo in uno dei suoi tipici ruoli sexy, con capello fluente e mani di forbice. E invece no, care mie. Perché Johnny lo vedrete in versione canuta/calva con lenti a contatto e rughe a profusione in Black Mass di Scott Cooper. Mai una gioia.

TWILIGHT 5: LA VENDETTA
Niente Martin, niente tenebroso Johnny, e allora per la quasi magia lo spaesato spettatore lagunare cambia indirizzo e guarda alla (ex) coppia più amata dai teenager di tre quarti di mondo: Robert Pattinson e Kristen Stewart. Sì, avete capito bene, proprio loro: i due espressivi e sempre sorridenti protagonisti della saga di Twilight? Pensavate di esservi liberati della loro storia cerebrale in stile Dawson’s Creek? E invece no. La Biennale ce li ripropone entrambi al Lido e, maliziosamente, entrambi lo stesso giorno. Riuscirà il povero Robert a riconquistare la Bella Kristen che l’aveva buggerato sul set di un suo film con un altro? Diciamo che come domande esistenziali ce ne sarebbero forse di più importanti.

LA CAGATA PAZZESCA
Non ce ne voglia Sokurov, straordinario regista russo. Ma se Fantozzi ha osato utilizzare questa definizione per un capolavoro immortale come La corazzata Potemkin allora noi possiamo ragionevolmente ripescarla per la sua (e soprattutto nostra) fatica Francophonia. Avete presente quel film di una dozzina di anni fa tutto girato dentro l’Ermitage in un unico piano sequenza? Ecco, era di Sokurov. E sapete che cosa porta adesso al Lido? Un film tutto girato dentro al Louvre. Lodevolissimo, sicuramente bellissimo. Ma quando arrivi alle 22.30 al sesto film della giornata anche il più integralista dei critici cinefili del globo terracqueo preferirebbe trovarsi di fronte a Fast & Furious 18.

IL SISTEMA DELLE CASTE
Verde, arancio, giallognolo, giallo, azzurro, blu scuro, blu marino, blu notte. E poi l’ambito, irraggiungibile, rosso fuoco. A Venezia il tuo status è deciso da un rettangolino che si porta appeso al collo. Il colore del proprio accredito o pass stabilisce chi sei. Il recensionista di un blog sconosciuto, il redattore unico del giornalino universitario, il collaboratore di un quadrimestrale oppure un vero e proprio critico. Per assistere ai film in programma è il colore esibito su quel rettangolino che decide che cosa puoi o non puoi fare, che cosa puoi o non puoi vedere. Se hai un colore sfigato sai già che dovrai metterti speranzoso in coda per le proiezioni delle 6 del mattino o delle 2 di notte. Via via che si va verso il cuore della giornata le sale sono già occupate da rettangolini di casta sempre più elevata.

IL PREMIO AGLI ITALIANI
Le chiacchiere e i pronostici sui premi agli italiani sono un evergreen che a Venezia non stanca mai. I soliti bene informati non esitano a informarci che questa volta sì, ce la faremo. Un film italiano vincerà il Leone. Cosa che, puntualmente, non accade quasi mai (dal Così ridevano di Gianni Amelio al Sacro GRA di Gianfranco Rosi sono trascorsi 15 anni). Così c’è chi incensa sempre e comunque gli italiani in concorso e chi invece critica in maniera spropositata qualsiasi cosa abbia anche solo la parvenza di una provenienza italica. Equilibrio e obiettività? Si cerchi altrove, please. Per non saper né leggere né scrivere, in compenso, la giuria assegna quasi sempre qualche Coppa Volpi ad attori italiani estratti a sorte.

CRONOMETRO ALLA MANO
Chiunque abbia frequentato, anche per caso o saltuariamente, un qualunque festival del cinema sa che non succede mai che un film incassi 15 minuti di applausi al termine della proiezione. Non accade nemmeno che ci sia gente che stia tre giorni senza mangiare per aspettare di fronte al red carpet il passaggio di qualche attore o attrice di Hollywood. Eppure nei servizi sul Festival di Venezia di fantasticherie del genere se ne sentono spesso. E così solerti inviati cronometrano a caso la durata degli applausi oppure si spaccia un passante arrivato cinque minuti prima per un nuovo Pannella in sciopero della fame finché non avrà ottenuto l’autografo di George Clooney.

MORTE A VENEZIA
Insomma, non è che ci sia sempre bisogno di un’epidemia di colera per decidere di abbandonare Venezia, o quantomeno il suo festival del cinema. Magari ai tempi di Thomas Mann e Luchino Visconti ancora non c’erano, ma oggigiorno esistono delle alternative sempre più forti che cadono esattamente nello stesso periodo. I festival di Toronto e di Telluride (Colorado) stanno attirando sempre maggiori attenzioni da parte di addetti ai lavori e osservatori. Il programma di Toronto ha ormai da qualche anno raggiunto, se non superato, per qualità e quantità quello di Venezia. Ma è soprattutto l’interesse delle major che considerano antiquate le kermesse europee (anche se Cannes ha un’aura troppo forte per essere snobbata) a far pendere la bilancia dall’altra parte dell’Atlantico. E allora anche noi potremmo per una volta conservare qualcosa nel portafoglio e organizzare una trasferta per scoprire qualcosa di diverso. Per un anno a inizio settembre sull’agenda può anche restare un buco. Almeno nel nostro, di buco, non c’è amianto.

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