Cinema

6 motivi per cui Babadook è il film da vedere quest’estate

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Se sentite bussare alla porta non vi preoccupate, non è un venditore ambulante o qualcuno che vi vuole far abbonare alla rivista dei giovani marinai (c’è stato da poco il trentennale di Ritorno al Futuro… sarà pure permessa una citazione, o no?). Dicevamo, se sentite bussare alla porta non vi preoccupate: è solo il Babadook, il mostro/essere/creatura/entità più spaventoso che il cinema abbia conosciuto negli ultimi anni. Diciamocelo francamente: non è che nella programmazione estiva nei cinema italiani fiocchino i capolavori. Così a luglio e agosto sale e multisale vengono tradizionalmente occupate solo quando condizionatore o ventilatore di casa vanno in vacanza. In questa torrida prima parte di estate 2015 c’è per una volta una motivazione più seria per lasciare un po’ riposare il solco che avete creato con le vostre natiche sul divano. Sì, perché Babadook dell’esordiente regista australiana Jennifer Kent è davvero un gran film. Se avete bisogno di una spinta in più eccovi qualche valido motivo per andare a trascorrere 95 minuti al cinema, a partire dal 15 luglio.

PERCHÉ NON HA NULLA A CHE FARE COI SOLITI HORROR ESTIVI
Chissà perché, ma le uscite estive sono di solito piene di titoli horror. Saghe interminabili e remake improbabili. Mostri, sangue, demoni, adolescenti ingenui nella natura, procaci bionde fatte a pezzi, motoseghe eccetera eccetera. Gli ingredienti tipici ormai li conosciamo a menadito. Molto bene, prendete tutto ciò, impacchettatelo e dimenticatelo. Sì, perché Babadook non ha nulla a che vedere con i soliti horror estivi. Non solo dal punto di vista contenutistico ma anche e soprattutto da quello della forma e dalla profondità psicologica e morale.

PERCHÉ È ESTETICAMENTE GODIBILE
Dimenticatevi telecamerine a mano, immagini sporche, inquadrature e sequenze girate con lo stampino. La mano di Jennifer Kent, una che ha fatto pratica con Lars von Trier in Dogville, è molto presente e originale. Quasi tutta la storia si svolge all’interno della casa nella quale una madre e il problematico figlio di 6 anni vivono da soli dopo che il marito di lei è morto proprio mentre la stava portando in ospedale a partorire. La fotografia si sposa perfettamente con il set domestico e gioca in maniera inquietante e riuscita con il buio. Il Babadook, il mostro protagonista di un libro di favole trovato dal piccolo Samuel in casa, prende forma con una originale e riuscitissima stop motion che ricorda da una parte le invenzioni di Tim Burton (senza però retrogusto dolciastro) e dall’altra i vecchi video di Marilyn Manson. E mai come in questo caso il buio prende corpo e significato.

PERCHÉ USA IN MANIERA INTELLIGENTE IL SONORO
Altra cosa da dimenticare: le classiche impennate sonore, i finti climax accompagnati da un volume sempre più alto, rumori buttati lì a caso, gente che entra all’improvviso sullo schermo. Babadook è invece permeato da un utilizzo del sonoro angosciante ma funzionale al susseguirsi visivo e psicologico degli eventi. La musica che accompagna la lettura del libro dell’uomo nero, il rumore delle nocche di uno sconosciuto sulla porta di casa, le unghie del cane sul muro, l’elettricità di una lampadina (David Lynch docet). Hanno un ruolo fondamentale anche le voci, soprattutto quella della bravissima Essie Davis, che cambiano timbro a seconda dello stato psicologico. Insomma, tutto il sonoro partecipa attivamente e intelligentemente alla narrazione, contribuendo alla creazione di un’atmosfera conturbante.

PERCHÉ FA PAURA, SUL SERIO
Personaggi illustri hanno definito Babadook l’horror più terrificante dell’anno. Nulla di più vero. Ma non è una paura spicciola quella che si prova davanti alla pellicola di Jennifer Kent. Anzi, più che paura si potrebbe dire che si tratta di angoscia. I conoscitori di Sigmund Freud userebbero una definizione ancora più precisa: perturbante. Babadook ti entra dentro, è impossibile resistere, così come per i due protagonisti del film che tentano in tutti i modi di chiudere fuori l’uomo nero. Ti entra dentro un po’ martellando, un po’ strisciando, permeandoti di uno stato di ansia alimentato da piccoli dettagli e impossibile da chiudere a chiave dietro a una porta da non aprire.

PERCHÉ HA SPAVENTATO PURE LA RAI
Babadook fa talmente tanta paura che evidentemente ha spaventato anche la Rai. Già, perché il distributore Koch Media ha lamentato che il promo è stato bloccato dalla Rai a sole 24 ore dalla messa in onda, prevista per domenica pomeriggio all’interno del Gran Premio di Formula Uno di Silverstone. «E questo nonostante», afferma il responsabile Koch Media per l’Italia Ernesto Grassi, «lo spot fosse libero per tutti come da visto di censura numero 109844 e non posizionato in fascia protetta».

PERCHÉ TRATTA TEMI PROFONDI
Babadook affronta tematiche per nulla scontate e molto più profonde rispetto ai canoni del genere. La paura è alimentata da un continuo gioco interno/esterno che porta con sé significati intimi e ancestrali. Temi che non possono non colpire lo spettatore, chiamato a fare i conti anch’egli con il proprio mostro interiore. Il buio è dentro a ognuno di noi. Sta a noi riuscire a non permettergli di offuscare tutta la luce.

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