Cinema

10 bellissimi film che “rovinano” la reputazione dell’Italia all’estero

10 film che rovinano la reputazione dell'Italia all'estero

«È ora di finirla, questo film mette in cattiva luce l’Italia all’estero». «Quella pellicola non merita di uscire al cinema perché insulta il nostro Paese di fronte al pubblico di tutto il mondo». «Al rogo, ci fa sembrare tutti delle merde davanti agli occhi di tutta Italia, di tutta Europa, di tutto il mondo, di tutto l’universo». Tre tipici refrain che ritornano ogni qualvolta qualche ardito regista italiano si sia azzardato a raccontare per immagini una storia che anche solo vagamente scava nelle magagne di una città, di una regione, di una nazione (la nostra), che ancora ama prendersela con chi osa mettere in scena i punti oscuri e non i punti luce. Non fa di certo eccezione il nuovissimo Suburra, al quale fanno compagnia altri celebri casi di film che hanno “rovinato la nostra reputazione all’estero”. Eccone qualcuno.

SUBURRA
Ancora non è arrivato nelle sale che già è stato preso di mira, tra gli altri, dai legali difensivi di qualche inquisito per Mafia Capitale, che vedono immaginifici collegamenti tra i personaggi del film e i loro assistiti. Evidentemente non sanno che il libro di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo è datato 2013 e che dunque per una volta sembra che sia la realtà ad aver copiato la fiction. Ma anche qualcun altro ha alzato il ditino e ha detto che magari in un momento di tale devastazione e subbuglio per Roma, sarebbe stato meglio non infierire sulla nostra povera Capitale.

GOMORRA
«La mafia è più famosa che potente». Lo disse Berlusconi quando era ancora premier, scagliandosi contro film e libri sull’argomento. Nel centro del mirino del buon Silvio c’era ovviamente Gomorra, il film di Matteo Garrone tratto dal libro di Roberto Saviano. Su entrambi la pioggia di insulti e inviti a occuparsi di altro è stata davvero torrenziale. E ancora non sapevano che ci avrebbero fatto pure una serie tv. Ora le cose sono cambiate? Mica tanto, se si ascoltano le parole dei sindaci delle città che hanno vietato le riprese per la seconda stagione dello show Sky perché, indovinate, «mette in cattiva luce la Campania e la sua gente».

SALVATORE GIULIANO
L’antesignano del cinema d’inchiesta italiano, magistralmente diretto da Francesco Rosi nell’ormai lontano 1962. Il film costituisce un durissimo atto d’accusa nei confronti dei carabinieri che agivano in Sicilia in quegli anni e del sistema dei partiti. Rosi non gira la testa dall’altra parte e mette in scena coraggiosamente come quel sistema di potere sfruttò la banda di Giuliano per compiere veri e propri omicidi politici (vedi la strage di Portella della Ginestra).

LE MANI SULLA CITTÀ
Restiamo a Francesco Rosi ma torniamo in Campania. Un anno dopo Salvatore Giuliano, il grande regista recentemente scomparso sfodera un altro capolavoro. Con Le mani sulla città denuncia con grande coraggio lo sfruttamento edilizio in atto a Napoli e soprattutto le collusioni tra criminali, camicie bianche, politici e uomini dello Stato. Un atto di denuncia durissimo che valse tra l’altro a Rosi il Leone d’Oro al Festival di Venezia. Oltre, chiaramente, a una marea di accidenti.

IL CASO MATTEI
Francesco Rosi, il regista più odiato dai criminali (e da tanti politici) italiani, completa il suo personalissimo triplete nel 1972 con Il caso Mattei, un documentario rigoroso dove cerca di far luce sulla morte di Enrico Mattei, il super manager della più importante azienda statale italiana, l’Eni. Il tutto prendendo in esame qualsiasi ipotesi, comprese quelle più scomode per le istituzioni e la politica italiana. Che, manco a dirlo, non gradì.

DETENUTO IN ATTESA DI GIUDIZIO
Da alcuni film sembrerebbe, sottolineiamo il condizionale, che la situazione nelle carceri italiane non sia del tutto idilliaca. Il caso più celebre di critica al sistema giudiziario e penitenziario è Detenuto in attesa di giudizio, film diretto da Nanni Loy con uno stralunato Alberto Sordi, protagonista di una vicenda kafkiana. All’epoca dell’uscita, stiamo parlando del 1971, fece molto discutere e iniziò anche un dibattito non privo di momenti drammatici sull’argomento.

IL DIVO
Biografia non ufficiale (e ci mancherebbe) di Giulio Andreotti a firma del premio Oscar Paolo Sorrentino. Con misteri, stragi e omicidi tra gli anni ’70 e ’90 annessi. Forse qualche straniero che ha visto Il divo potrebbe aver pensato che la politica italiana non sia proprio composta da educande. Un’idea del tutto lontana dalla realtà, o no?

DIAZ
In prossimità dell’uscita in sala del film, il Viminale divulgò una circolare per gli agenti di polizia dove veniva ribadito che per il rilascio di interviste, la partecipazione a convegni o dibattiti dove si discutesse dell’operato ordinario e straordinario delle forze dell’ordine, era necessaria un’autorizzazione. Tanto per dire con quale gioia e giubilo venne accolta l’uscita della pellicola di Daniele Vicari che denuncia i crimini commessi durante il G8 di Genova del 2001. Uno stuolo di sindacalisti in divisa e di politici definì il film “falso” e “pericoloso”, nonché (chiaramente) colpevole di “fomentare odio e violenza contro le forze dell’ordine”. Come se le inchieste giudiziarie e giornalistiche non avessero già messo in luce le torture avvenute alla scuola Diaz e alla caserma Bolzaneto. Ah, ma in Italia non esiste una legge sul reato di tortura…

IL VENTO FA IL SUO GIRO
Certo, il film di Giorgio Diritti ha avuto meno clamore degli altri ma non per questo è meno significativo. La pellicola racconta la vicenda realmente accaduta del tentativo di inserimento in una comunità montana piemontese di un pastore, Philippe, ex professore francese. Chi l’ha visto potrebbe pensare che in Italia ogni tanto l’accoglienza non sia immediata e che i casi di intolleranza verso lo straniero e verso il diverso non siano pochi. Chissà se fa parte della collezione di dvd di Matteo Salvini…

IL CAPITALE UMANO
A proposito di Salvini e di gente del Nord, poco tempo fa c’è chi non ha per niente apprezzato il film di Paolo Virzì. Il motivo? Semplice, «dà della Brianza e del Nord un quadro non rispondente alla realtà della gente del luogo». Come se non si potesse raccontare una storia cinica e disillusa dove tutti cercano il proprio tornaconto anche a (profondo) discapito altrui. Povero Virzì, e povero Rosi, Garrone, Sorrentino, Vicari, Sollima. E poveri tanti altri. Non hanno ancora imparato che i panni sporchi si lavano in famiglia.

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