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Perché a Cannes non ha vinto un film italiano

perché a cannes non ha vinto un film italiano

La madre di Nanni Moretti, i mostri e le regine di Matteo Garrone, i vecchi di Paolo Sorrentino. Niente da fare. Come direbbe Matteo Salvini (stile Crozza) «niente, zero, nisba, picche». Dal Festival di Cannes 2015 siamo usciti a bocca asciutta (ignorato anche il celebrato documentario Louisiana di Roberto Minervini che gareggiava nella sezione Un Certain Regard). Un risultato deludente e mai così inatteso come quest’anno. Il nostro cinema aveva gonfiato il petto e nel giro di un mese aveva sparato in sala tre pesi massimi come a dire: «Visto quanto siamo fighi?». Peccato che poi negli 11 mesi e 48 settimane restanti di Grande cinema italiano resti poco o nulla. Ma questi sono discorsi da disfattisti e noi mica vogliamo fare la parte di Nanni Moretti che ha smesso di fare girotondi ma quando vuole non le manda mica a dire («I nostri tre film sono solo iniziative individuali, in Italia verso il cinema c’è solo tanta disattenzione», ha dichiarato). Fatto sta che proprio quando Dario Franceschini era già pronto a stappare champagne sulla Croisette, lontano dai crolli di Pompei, le speranze si sono fatte illusioni. Il ministro alla Cultura non l’ha presa come Harvey Keitel in Youth ma comunque speriamo per i conti del nostro Paese che abbia fatto in tempo a non stappare lo champagne. Resta una (amara) realtà: non abbiamo vinto. Ed è tempo di capire perché.

TROPPO (POCO) STRAPPALACRIMEMia madre ha fatto piangere molti, emozionato quasi tutti, annoiato qualcuno. Un film intimista che tratta per sottrazione (forse per qualche giurato di “facili costumi” un po’ troppa) la tragedia della perdita. Un film che cerca comunque costantemente la messa in scena del dramma emotivo (forse per qualche giurato “sofisticato” un po’ troppo costantemente). La scrittura un po’ pesantuccia e qualche passaggio ridondante (compreso il finale, unico vero momento di “addizione” invece che di sottrazione) hanno fatto il resto. E dire che da queste parti La stanza del figlio aveva vinto la Palma d’oro.

IL SENSO DEI COEN PER TURTURRO – Barton Fink, Il grande Lebowski, Fratello dove sei? Sono i tre film di Joel ed Ethan Coen nei quali ha recitato John Turturro. Un attore molto amato dai due fratelli americani che presiedevano la giuria. Rivederlo in Mia madre potrebbe aver provocato qualche scompenso emotivo ai due autori, costretti a rendersi conto del tempo che passa. O più probabilmente il ruolo sovraccarico (e francamente ripetitivo nella sua stanca mancanza di tatto e memoria) che Turturro è stato costretto a interpretare non li ha convinti.

TROPPO (POCO) FANTASTICO – Ecco un altro italiano molto amato in Costa Azzurra. Dopo due Grand Prix per Gomorra e Reality (praticamente la piazza d’onore) era lecito aspettarsi la Palma. Per arrivare al risultato Garrone ha dato vita alle fiabe medievali di Basile creando un mondo fantastico e insieme sporcamente pittorico. Cuori di drago, pulci giganti, vecchie che diventano giovani e principesse spose di orchi hanno fatto smarrire le coordinate della giuria che in parte aspettava di trovarsi qualche frammento in più di realtà e dall’altra pensava forse di stare per assistere a una puntata di Game of Thrones. Lo splendido flusso visivo e il costante gioco su emozioni e sensazioni primordiali non è bastato. Ai Coen i draghi non sono mai stati simpatici.

TROPPO (POCO) VECCHIO – Ma arriviamo al vero favorito: Paolo Sorrentino. Dopo l’Oscar per La grande bellezza questa doveva essere la sua consacrazione definitiva. E anche lui, che a Cannes ci è venuto praticamente con tutti i film che ha girato vincendo però solo per la regia de Il divo, era convinto di farcela. Micheal Caine e Harvey Keitel insieme, il film girato in inglese, la citazione felliniana che ormai non manca mai. Gli ingredienti c’erano tutti. E invece ai Coen non sarà probabilmente andato giù lo stile di ripresa di Sorrentino, ormai una via di mezzo tra un videoclip e un album dei ricordi (e in effetti sarebbe proprio questo il tema del film), le frasi (forse un po’ troppo a effetto) e qualche traccia di autocompiacimento. Sicuramente però il duo che ha dato vita a Llewyn Davis avrà apprezzato le musiche dei Sun Kil Moon.

NESSUN IMPEGNO SOCIALE – La Palma d’oro Dheepan racconta l’odissea dei migranti fuggiti dalla guerra civile in Sri Lanka, con per protagonista un vero guerriero Tamil. La Loi du Marché (alias La legge del mercato), che ha garantito la Palma al suo protagonista Vincent Lindon, è un dramma a forte tinte sociali sul lavoro che non c’è. Il Grand Prix per Il figlio di Saul all’ungherese Laszlo Nemes racconta l’orrore degli ebrei costretti a collaborare nei campi di concentramento nazisti. Ecco, diciamo che la giuria ha premiato film un tantino più socialmente impegnati dei nostri. Il dramma intimo di Moretti, le avventure fantastiche di Garrone e il viaggio nei ricordi di Sorrentino avevano tutto tranne che questo. Anche se Moretti ha provato a inserirci qualcosa, se pensiamo al film che la protagonista-regista Margherita Buy tenta di girare. O forse abbiamo davvero troppa fantasia.

IL GOMBLODDO 1: ANCHE VINCENT CASSEL È FRANCESE – Non sottolineare la generosità della giuria coeniana verso i francesi è francamente impossibile. Diciamo che, facendo un paragone sportivo, è stato un arbitraggio un po’ casalingo. Jacques Audiard, Vincent Lindon ed Emmanuelle Bercot riempiono d’orgoglio i cugini d’Oltralpe (come se, peraltro, ne avessero bisogno). Insomma, quest’anno vincere senza essere francesi (o averne uno nel proprio film) si è dimostrato molto arduo. Da sottolineare il bel tentativo, purtroppo andato a vuoto, di Garrone che aveva provato a premunirsi facendo recitare Vincent Cassel. Nulla di fatto, ça va sans dir.

IL GOMBLODDO 2: NESSUN ITALIANO IN GIURIA – Sui quotidiani e mezzi di informazione post disfatta si è scatenato il solito refrain: «Non abbiamo vinto perché non c’erano italiani in giuria». Ogni volta che non si vince Cannes, gli Oscar, il festival di Venezia, quello di Castrocaro, per non parlare delle coppe europee nel calcio, la colpa è del nostro scarso peso politico. Che quest’ultimo sia effettivamente poco significativo in pressoché tutti i campi siamo d’accordo, ma possibile che non si possa mai ammettere una sconfitta e cercare di capirne i motivi? Ma no, molto meglio dire che le scelte sono pilotate o i sorteggi truccati. Che poi, scusate, mettiamo che un italiano ci fosse anche stato in giuria: e se Moretti, Garrone e Sorrentino gli fossero stati sull’anima? Una sola cosa è certa: per ripresentarci a Cannes con tre nomi del genere tutti insieme dovremo aspettare l’allineamento di qualche decina di pianeti.

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