Cinema

I registi italiani cercano fortuna all’estero

il racconto dei racconti

Italiani popolo di santi, poeti, navigatori. E di registi. Che poi di poeti e soprattutto di santi non è che ultimamente se ne vedano poi così tanti in giro. In compenso ci sono parecchi cinematografari da esportazione. Nel giro di una sola settimana, infatti, arrivano in sala i due pezzi grossi dell’autorialità cinematografica italiana, entrambi con film prodotti all’estero. Rompe il ghiaccio Matteo Garrone con Il racconto dei racconti, produzione anglofrancese con un cast internazionale. Prosegue Paolo Sorrentino con la sua seconda opera in lingua inglese, Youth – La giovinezza. Gli intrecci tra l’Italia e Hollywood, come è noto, sono innumerevoli nel corso di tutta la storia del cinema. E ora, autori e registi di varia caratura sono sempre più tentati dalla carriera all’estero. I talenti del cinema italiano trovano asilo (senza nemmeno che l’Unione Europea debba stabilire quote di accoglienza) non solo in California ma anche in tanti altri lidi come Francia e Gran Bretagna. Talvolta l’emigrazione è totale, altre volte si resta in Italia girando con attori (e soprattutto denari) stranieri. Non sempre il viaggio è stato di sola andata, ogni tanto il rientro in patria è stato più veloce (e doloroso del previsto).

MATTEO GARRONE
Non si poteva non cominciare con il racconto dei racconti, Tale of Tales, il nuovo film di Matteo Garrone arrivato contemporaneamente in sala e al festival di Cannes. Ispirato alla seicentesca raccolta di fiabe di Giambattista Basile, la più antica d’Europa, è una via di mezzo tra fantasy e cinema d’autore, tra Game of Thrones e Gomorra. Salma Hayek, John C. Reilly, Vincent Cassel, Toby Jones, Stacy Martin (quella di Nymphomaniac) lasciano intuire che mezzi e risorse non possono essere solo italici. E infatti Francia e Gran Bretagna partecipano generosamente alla produzione, primo tentativo di Garrone di lasciare le Vele e Scampia e di inserirsi in un panorama internazionale. Ma le radici restano profondamente italiane, visto che le riprese si sono tutte snodate su e giù per il nostro Paese.

PAOLO SORRENTINO
Non si scopre certo adesso che Paolo Sorrentino è il regista italiano del momento più amato al di fuori dei nostri confini. L’Oscar con La grande bellezza è stato la consacrazione di un rapporto sempre molto florido tra il regista napoletano e l’estero. Prima la Francia (a Cannes sono stati presentati quasi tutti i suoi film) e poi gli Usa. Nel 2011 Sorrentino si era già cimentato con Hollywood e in These Must Be The Place aveva diretto Sean Penn e Frances McDormand, anche se il suo eccentrico road movie non aveva raccolto molto al botteghino. Ma Paolo non si è certo spaventato, e ora torna con Youth – La giovinezza (in sala dal 20 maggio), dove dirige nientepopodimenoche Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz e Jane Fonda.

MICHELANGELO ANTONIONI
Torniamo un po’ indietro e andiamo a metà degli anni Sessanta. Non è ancora tempo di New Hollywood quando i produttori inglesi e americani si innamorano dei lunghi silenzi della tetralogia esistenziale di Antonioni. Comincia così, nel 1966, l’avventura all’estero del grande Michelangelo. Si parte con Blow Up a Londra, per poi passare alla California di Zabriskie Point. Gran finale nel 1975 con Professione: Reporter. Nei suoi film si parla ben poco e il tema costante è l’incomunicabilità ma di sicuro Antonioni aveva saputo spiegare bene il ruolo al magistrale Jack Nicholson.

SERGIO LEONE
“Che cosa hai fatto in tutto questo tempo?”. Sicuramente Sergio Leone non avrebbe risposto sul serio “sono andato a letto presto”, come invece fa uno dei suoi indimenticabili eroi in C’era una volta in America. Romano che più romano non si può, Leone approda a Hollywood grazie al genere spaghetti western. All’inizio si cambia anche il nome in Bob Robertson per la distribuzione di Per un pugno di dollari. In seguito accetta la megaproduzione Paramount di C’era una volta il West quando gli dicono che avrebbe potuto dirigere Henry Fonda. Dopo aver rifiutato di dirigere Il Padrino si dedica per circa 15 anni al mastodontico C’era una volta in America. Oggi, quando Tarantino deve fare un primissimo piano, dice all’operatore: “Give me a Leone”.

MARCO FERRERI
Ciò che California e New Mexico rappresentano per Leone, Parigi e la Francia rappresentano per Marco Ferreri. Una frontiera un po’ meno selvaggia e lontana, ma comunque piena di soddisfazioni. Il regista milanese folgora i francesi grazie alla partecipazione a Cannes con L’udienza. Dall’anno dopo, il 1972, comincia una lunga serie di film à la français. Si parte con La cagna, che apre la liaison professionale tra Marcello Mastroianni e Catherine Deneuve. Il risultato più alto del ciclo lungo ciclo francese è sicuramente La grande abbuffata.

BERNARDO BERTOLUCCI
Nessuno è profeta in patria. Un detto che si addice molto bene a Bernardo Bertolucci, spesso trascurato da pubblico e critica in Italia ma amatissimo all’estero. La sua prima produzione internazionale è Il conformista, anno di grazia 1970, ma la massima celebrità la raggiunge con Ultimo tango a Parigi e le evoluzioni erotiche di Marlon Brando e Maria Schneider. Certo, per poco non finisce sul rogo della Santa Inquisizione, ma chi se ne importa. Negli anni Ottanta e Novanta arrivano le megaproduzioni di L’ultimo imperatore, Il té nel deserto e Piccolo Buddha. Bertolucci torna poi a un livello più intimo con Io ballo da sola e rivive il ’68 parigino in The Dreamers. Più internazionale di così non si può.

FRANCO ZEFFIRELLI
Prima e dopo essere stato un senatore di Forza Italia, Franco Zeffirelli è stato (e lo è ancora) un regista teatrale e cinematografico. Già negli anni ’50 lavora a più riprese nei teatri di Edimburgo e Londra. I vecchi amici del Regno Unito si ricordano di lui e lo aiutano a produrre alcuni dei suoi film. Non solo quelli shakespeariani (Otello e Amleto) ma anche melodrammi storici come Jane Eyre, film a produzione anglofrancese nel quale recita anche una giovane Charlotte Gainsbourg, all’epoca un tantino più castigata rispetto alle esperienze pulp con Lars von Trier.

DARIO ARGENTO
Il buon Dario è un altro di quei nomi che all’estero hanno “spaccato”. Mica per niente lo hanno soprannominato il “maestro del brivido”. È il grande successo di Suspiria, al tramonto dei ’70s, a convincere Hollywood che vale la pena finanziarlo. Il successivo Inferno è una coproduzione italoamericana ma i risultati non sono quelli sperati. Argento abbandona l’horror soprannaturale e torna al caro vecchio thriller. Il suo nome equivale sempre e comunque a un genere, tanto che tra il 2005 e il 2006 viene chiamato da Showtime per dirigere due puntate della serie tv Masters of Horror.

GIUSEPPE TORNATORE
Un altro regista italiano la cui carriera ha toccato alte punte di internazionalità. Segnalatosi all’attenzione mondiale strappando lacrime a destra e sinistra con Nuovo cinema Paradiso (premio Oscar nel 1990), riceve prima le attenzioni della Francia (che gli coproduce Stanno tutti bene e Una pura formalità) e poi degli Stati Uniti. Fondi hollywoodiani lo aiutano nella titanica impresa de La leggenda del pianista sull’oceano e poi in Malèna, entrambi musicati da Ennio Morricone. Dopo di che Tornatore torna alle origini sicule, scandagliate a fondo in Baarìa.

GABRIELE MUCCINO
“Hollywood sei spietata”. Il buon Gabriele ama fortemente gli Stati Uniti e forse si era illuso che il sentimento reciproco durasse per sempre. E invece, dopo il convincente esordio con La ricerca della felicità e il passettino indietro con Sette anime, nel 2012 è arrivato lo schiaffo. Quello che so sull’amore, anzi Playing for Keeps, in America non è piaciuto per niente. Ma dopo lo sfogo immediato Gabrielone è pronto a tornare con il 4° capitolo della sua saga hollywoodiana. Prossimamente nelle migliori sale (e non solo in quelle di Caracas) arriva Fathers and Daughters con Russell Crowe e Amanda Seyfried.

I VOLTI NUOVI
Non ci sono solo i nomi più noti. Esiste una serie di registi italiani, più o meno talentuosi, che hanno tentato la fortuna all’estero. Gianfranco Rosi, prima di vincere il Leone d’oro a Venezia con Sacro Gra, aveva già confezionato due straordinari documentari in terra americana, Below Sea Level ed El Sicario. Un altro documentarista italiano prestato agli States è Roberto Minervini, autore dell’acclamato Stop the Pounding Heart e ora a Cannes con il nuovo Louisiana. C’è poi il produttore romano Uberto Pasolini che si è lanciato nella regia con Machan prima e Still Life poi, quest’ultimo girato e prodotto in Inghilterra. Last but not least tra i registi italiani in fuga Andrea Pallaoro, premiato direttamente da Martin Scorsese a Marrakech per il suo film Medeas. Scorsese, appunto, a proposito di italoamericani. Ma questa è un’altra storia.

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