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| AC/DC |
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ENERGIA RINNOVABILE
Sono 35 anni che gli AC/DC insegnano al mondo cosa significhi esattamente l’espressione “rock and roll”. Hanno raccolto il testimone da illustri predecessori a metà degli anni 70 e non si sono più fermati. Ancora oggi l’energia della band australiana è in grado di trasformare un concerto in un’esperienza elettrizzante, sconvolgente. Per prepararci bene al concerto di Udine, abbiamo ripassato la lezione con l’aiuto di qualcuno che l’ha imparata a memoria.
di Gianni Olfeni
Era chiaro a tutti fin dall’inizio. Altrimenti Malcom e Angus non avrebbero raccolto il consiglio della sorella Margaret, che aveva proposto loro di chiamare la nuova band “AC/DC”, abbreviazione di “alternating current/direct current”. Già nel 1973, anno di formazione della storica rock band australiana, l’energia era il marchio di fabbrica degli scatenati fratelli Young. Più di 35 anni dopo quella forza propulsiva non si è ancora esaurita. Anzi, sembra autoalimentarsi, rinnovandosi senza aiuto esterno alcuno. Gli AC/DC continuano ad essere la più energica rock band del pianeta. Il punto è: ma dove trovano tutta questa forza? Per provare a comprendere la formula segreta, o per lo meno per indagarne l’essenza, abbiamo organizzato una round table altrettanto esplosiva. Seduti al tavolo, due puristi del rock come Pino Scotto, vulcanico come sempre, e il più riflessivo Max De Riu (storica voce di Rock Fm, oggi direttore artistico di Rock’N’Roll Radio). Con loro, il nostro direttore, che purista del rock non è, ma di AC/DC conosce vita, morte e miracoli. Tra una birra di Max, un whisky di Pino e l’acqua di Daniele (naturalmente deriso per questa scelta, disonore della redazione!), ecco il resoconto della chiacchierata ad alto voltaggio.
Pino Scotto: Se penso agli AC/DC mi vengono subito in mente i primi album e la voce di Bon Scott. Mi ricordo che allora pensavo che quello era il rock and roll che andava avanti negli anni. C’è stato Elvis, i Beatles, gli Stones, Jimi Hendrix e poi sono arrivati loro. La cosa pazzesca è che sono passati 35 anni e avverto sempre la stessa sensazione. Al concerto di Milano, l’anno scorso, ho goduto come un pazzo. Di solito, dopo 15 minuti di live vado al bar a bere perché mi rompo le palle, ma in quell’occasione sono stato tutta la serata a cantare, non ho perso una nota.
Max De Riu: Gli AC/DC sono sinonimo di energia e lo rimarranno in eterno, sono l’incarnazione del rock and roll senza fronzoli, l’impatto è diretto, c’è poco arrangiamento intorno. Tutto molto essenziale.
Daniele Salomone: La controprova di questa attitudine è il suono: in tutti questi anni è rimasto abbastanza simile, ma che importa? MDR: Questo fa parte della loro unicità. Nonostante siano sempre rimasti “cloni” di se stessi, non hanno mai perso un briciolo di potenza sonora.
DS: Sarà per questo che continuano ad attirare milioni di ragazzini. Mio fratello ha 18 anni e va fuori di testa per gli AC/DC. Saremo alla quinta-sesta generazione di fan, forse di più.
MDR: E’ sempre merito dell’energia che trasmettono. E’ davvero bello andare ai loro concerti e vedere che il pubblico varia dai ragazzi di 14 anni a uomini di 60.
PS: Quando ho visto tutti quei giovani al concerto di Milano ho pensato che, ogni tanto, anche in Italia le cose girano per il verso giusto!
DS: Tra le tante unicità degli AC/DC c’è anche quella relativa al cambio di cantante. Sembra che nessuno sia mai stato veramente disturbato dall’arrivo di Brian Johnson. In effetti non è così diverso da Bon Scott.
PS: Mica tanto. Secondo me potevano scegliere qualcuno di meglio. Bon era un vero “bastardo”, un urlatore blues, uno dei più grandi.
MDR: Concordo. Ricordati che stai parlando con dei puristi…
DS: Be’, a prescindere da chi è meglio, ci sono band che hanno pagato a caro prezzo l’avvicendamento del cantante, per gli AC/DC non è cambiato molto.
PS: Brian Johnson ha avuto un grande culo: subito dopo la morte di Bon Scott, gli AC/DC sono usciti con un album spettacolare, Back In Black, un capolavoro. Se avessero sbagliato quel disco probabilmente le cose sarebbero andate diversamente.
Leggi il resto del pezzo sul numero di maggio di Onstage Magazine, clicca qui. |
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