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Pearl Jam
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QUESTIONE DI FEELING

La giornata conclusiva dell’Heineken Jammin’ Festival è una delle più attese perché gli headliner sono in assoluto una delle band più amate in Italia. I Pearl Jam sono un caso più unico che raro all’interno del grande “circo” della musica: in 20 anni di carriera hanno sempre privilegiato il rapporto diretto con il pubblico, escludendo soggetti indesiderati e logiche di mercato. Un’attenzione ricambiata dall’affetto della gente, che con la band di Seattle ha un rapporto speciale. Che dal vivo raggiunge la sublimazione.

di Emanuele Mancini

Non ci sono più battaglie da combattere per Eddie e compagni. La forza dei Pearl Jam ha superato quella dell’industria discografica – impero peraltro prossimo alla caduta - della quale hanno cercato di contrastare logiche e regole lungo l’intero corso di una carriera ventennale; ora possono finalmente rilassarsi e gestire la loro musica come vogliono, lontani da pressioni e contratti capestri. L’amministrazione Bush ha lasciato il posto alla promessa Obama, forse non ci sarà più bisogno di quel Vote For Change Tour che seguì la pubblicazione dell’album Riot Act nel 2002, e chissà se in futuro avrà ancora senso proporre dal vivo Bu$hleaguer o World Wide Suicide, scritta per denunciare la politica estera degli Stati Uniti riguardo la guerra in Iraq. Giunti alla soglia dei cinquant’anni, hanno quasi tutti messo su famiglia, sono una delle band più famose e influenti degli anni Novanta, è dunque lecito e normale avvertire nella loro musica il cambiamento della loro condizione di uomini. Cambiamento che ben si riflette in Backspacer, loro ultimo lavoro uscito a settembre 2009, in cui la band di Seattle ha ritrovato la verve creativa che sembravano latitare dai tempi di Yield, ma che allo stesso tempo suona come il più disimpegnato della loro produzione, al passo con la musica di oggi e con le loro nuove vite. Poco importa se le canzoni di quel disco sono disponibili da scaricare come suonerie per il cellulare e se probabilmente presto verrà loro dedicata un’edizione monografica di Guitar Hero, niente e nessuno potrà sminuire il valore di una Black o di una Alive ascoltate dal vivo, e questo lo sanno bene anche i fan della prima ora. Ne potrebbero gioire i delatori, che paradossalmente già al loro esordio (era il 1991) li accusavano di essere un mero fenomeno commerciale finalizzato a sfruttare la moda del momento (quella scena musicale divenuta movimento socio-culturale che riconosciamo con il nome di grunge), ma sfortunatamente per loro, nonostante le trasformazioni e la volontà di adattarsi ai tempi, i Pearl Jam non hanno spostato di un millimetro l’obiettivo che perseguono da sempre con caparbietà: quello di riuscire a stabilire il più stretto contatto possibile con il pubblico, in uno speciale rapporto a due in cui marketing, esigenze discografiche e pubblicitarie siano subordinate all’onestà del dialogo fra l’artista e la sua audience. E la storia, pur non vedendoli uscire sempre come vincitori, li premia per coerenza e integrità, a dispetto di chi sin dal loro inizio, chissà perché, li additava come una modaiola macchina da soldi - come sosteneva addirittura Kurt Cobain, con il quale ci fu una riconciliazione negli anni a seguire. Il loro impegno passa dal boicottaggio di Ticketmaster e degli eventi gestiti dal colosso americano, dopo aver scoperto che applicava una sovrattassa (in nero) sui biglietti dei loro concerti - scelta radicale che li terrà lontani dai grandi palchi degli Stati Uniti per parecchi anni - fino alla pubblicazione di 72 album live registrati tra il 2000 e il 2001 durante il Binaural Tour - per evitare il diffondersi di registrazioni non ufficiali di infima qualità vendute a prezzi spropositati – per arrivare alla decisione di non girare video-clip (salvo rarissime eccezioni) scampando così all’eccessiva commercializzazione della musica; e stiamo citando sono solo alcuni degli episodi più eclatanti. Questo aiuta a spiegare la risposta degli appassionati dei Pearl Jam, una vera e propria congrega di fedeli che fa capo al Ten Club, il fan club ufficiale, e che ripaga la band con una devozione paragonabile a quella mostrata per ben poche altre realtà musicali. Se hanno ottenuto un tale successo è tanto per la bellezza e l’intensità della loro musica, quanto per l’attaccamento dimostrato ai loro sostenitori, in un continuo scambio di energia che si concretizza con i loro live: lunghe maratone di rock sanguineo, in cui regalano ogni volta scalette diverse – al diavolo le necessità promozionali - e in cui non si risparmiano mai, suonando “come se ogni loro show fosse l’ultimo” (Esquire Magazine, 2006). Chi li ha visti dal vivo può confermare. Di questo speciale rapporto ne sa qualcosa il folto e agguerrito seguito italiano, da sempre legato in maniera unica ai Pearl Jam, che dal canto loro hanno legittimato questo sodalizio con dichiarazioni ufficiali e la pubblicazione nel 2007 di Picture In A Frame, film-documentario che testimonia il tour di cinque date tenutosi nel nostro paese nell’autunno del 2006; un episodio a sé stante nella centellinata videografia della band, un trattamento mai riservato a nessun’altra nazione. Vicini a festeggiare i venti anni di attività, i Pearl Jam hanno iniziato le celebrazioni con la riedizione in quattro differenti versioni del loro esordio capolavoro Ten, piene di rarità e mix inediti, e la ristampa della loro intera discografia, che terminerà in coincidenza della data esatta della nascita della band. Nel bel mezzo dei festeggiamenti è uscito Backspacer e il sodalizio con il pubblico si è rinnovato. I possessori di una copia originale del disco - inserendo il cd nel computer - hanno la possibilità di accedere ad una sezione speciale del sito ufficiale della band dal quale è possibile scaricare gratuitamente due live inediti a scelta in una selezione di 11 concerti registrati tra il 2005 e il 2008. Come dire, la guerra è finita, ma per l’ennesima volta non dimentichiamo chi ci ha permesso di combatterla. La data dell’Heineken Jammin' Festival al Parco San Giuliano di Venezia è l’unico appuntamento italiano previsto per la trance europea del Watch It Go To Fire Tour, iniziato lo scorso primo maggio al New Orleans Jazz Festival e che terminerà il 10 luglio ad Oeiras, in Portogallo. Per chi non ha mai visto dal vivo una band che è parte della storia della musica l’occasione è irripetibile, per tutti gli altri una nuova grande emozione da vivere insieme. Con la speranza che Eddie e compagni abbiano in serbo, in futuro, nuove sorprese per il pubblico italiano.
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