Onstage
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L’onestà intellettuale dei Simple Minds vince il tempo e le mode

Roma, Auditorium Conciliazione, 23 aprile 2017. Il concerto dei Simple Minds a due passi da San Pietro che incombe con la sua maestosa bellezza ci dimostra, ancora una volta, che dagli anni Ottanta hanno saputo evolversi e anche parecchio. Dimentichiamo le one hit wonder, i sintetizzatori plasticosi e i capelli improbabili: la band di Jim Kerr ha fatto tesoro degli anni che passano e di una carriera solida, mai aggressiva, sempre nel solco dell’onestà intellettuale.

Lo stesso leader, familiare con l’Italia (ha un hotel di sua proprietà a Taormina) fa la sorpresa uscendo sul palco in anticipo assoluto. “Grazie per essere qui. Faremo una bellissima serata, al 100%” promette Kerr ai fan che accorrono sotto al palco, nel caos più totale e nel panico degli addetti all’Auditorium. Sorride, stringe mani. A lui tocca il compito di presentare il gruppo spalla, o meglio la donna spalla: “Anche stasera abbiamo una guest molto speciale, e coincidenza vuole che sia anche scozzese. Siamo molto contenti” dice introducendo KT Tunstall.

La cantautrice scozzese sfoggia pantaloni di paillettes dorate e tenta un approccio in italiano. La sala non è ancora piena, le persone stanno ancora trovando i propri posti dopo l’emozione di essere stati a pochi metri dal proprio idolo. Il set di KT Tunstall mostra per l’ennesima volta le alte capacità della cantautrice, giunta al quinto album (“e sono ancora viva”, ironizza lei). Nella sua mezz’ora di chitarra e loopstation funziona perfettamente e ci infila anche una breve cover di Walk Like An Egyptian delle Bangles, senza dimenticare la celebre Black Horse And The Cherry Three in una nuova versione, e in conclusione Suddenly I See, i suoi due brani più conosciuti.

Lanciato da un solo di batteria affidato alla strepitosa Cherisse Osei, il concerto dei Simple Minds comincia con New Gold Dream (81-82-83-84) e Jim Kerr fa capire subito l’antifona: scende tra il pubblico del teatro e stringe mani, fa selfie, batte cinque a caso, balla con una bambina, il tutto senza mai smettere di cantare. Una botta di vera adrenalina che i fan raccolgono in pieno assalendo il leader del gruppo, che però non si scompone: sa benissimo che è il suo ruolo. Il pubblico è travolto dalla felicità e acclama fortemente, alla faccia dell’acoustic tour.

Il frontman dei Simple Minds, forte del suo italiano, intrattiene raccontando che la band sta festeggiando i 40 anni. “Tutti i giornalisti dicono che è come un matrimonio. I nostri sono durati 5 anni… i Simple Minds sono una vita!” sorride tra gli applausi. “Qualche volta ci vuole del tempo. Per questo tour acustico ci sono voluti vent’anni. Un anno fa un uomo in Svizzera ci ha offerto un sacco di soldi per il suo festival unplugged… gli abbiamo chiesto di mettere i soldi sul tavolo e Charlie già che c’era gli ha chiesto anche un paio di Tobleroni. Ed eccoci qua” scherza Kerr passando all’inglese per introdurre Big Sleep, caratterizzata da una lunga coda finale di diamonica – esatto, proprio quello strumento che a scuola si studiava nell’ora di musica sbavando il beccuccio a turno.

Con Gordy, secondo chitarrista “che sembra una rockstar” a detta di Jim Kerr che lo presenta, è omaggio a David Bowie: “Tenetelo vivo suonando le sue canzoni” raccomanda Jim mentre inizia una carichissima Andy Warhol dal repertorio del Duca Bianco. Sì, Gordy canta in modo simile a Bowie. Sarah Brown dissemina di note soul la cover di Dancing Barefoot, che Springsteen scrisse per Patti Smith. Giusto il tempo per dare a Jim Kerr il tempo di riposarsi e tornare sul palco per Speed Your Love To Me indossando una camicia fatta di vari pattern di tartan.

Ed eccola, la più attesa di tutte: non poteva che essere la canzone con cui i Simple Minds si sono guadagnati royalties e fama. Don’t You Forget About Me è una corsa verso il palco, tutti in piedi ad assecondare la cadenza della batteria e a liberare l’anima con il più celebre dei “la-lalalalaaaa-lalalalaaaa”. Siamo alla fine del concerto e non ci sono più freni, quei pochi rimasti sono saltati indebitamente. Sanctify yourself chiude la scaletta ufficiale tra gli applausi, con Jim che rassicura subito i fan anticipandoli: “Non vi preoccupate, la suoneremo Alive And Kicking, ma non ancora”.

Nei bis prima c’è spazio per un doveroso omaggio a Prince con The Cross, cantata in duetto da Jim e Sarah Brown, e torna sul palco anche KT Tunstall per suonare insieme Promised You A Miracle e For What It’s Worth dei Buffalo Springfield, che visti i tempi è assolutamente perfetta da rievocare. Alive And Kicking, promessa, è incendiaria. Il concerto dei Simple Minds sfiora le due ore totali di durata e mostra ancora una volta come l’onestà intellettuale del gruppo scozzese abbia valicato confini, matrimoni falliti e pettegolezzi. Aveva ragione Jim Kerr: i Simple Minds sono una vita.

Le foto del concerto

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Arianna Galati

Foto di Roberto Panucci

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