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The Low Anthem Salumeria della Musica Milano 28 marzo 2011

Nell’epoca della globalizzazione estrema, dove tecnologia sfrenata e ritmi incessanti mettono a dura prova il nostro tessuto psicofisico, è straordinario avere ancora spazio per ascoltare un gruppo come i Low Anthem. I quattro ragazzi del New England, fregandosene amabilmente del mondo attuale e degli stereotipi moderni, percorrono strade prettamente acustiche attingendo a mani basse dal mondo dei cantastorie americani, fra roots e spiritual, rielaborando blues sporchi e dannati e soprattutto accarezzando dolci ed eteree melodie intimiste, spesso sussurrate a più voci e suonate con leggiadria e libertà. Il palco è pieno zeppo di strumenti di ogni tipo e il microfono panoramico che raduna al centro la band in virtuosi vocalizzi d’insieme è il segno esplicito di un gruppo che esprime tutta la sua energia con parole e musica di speranza. Armonica, corno, tromba, violino, organo e, soprattutto,  il celestiale suono del dulcimer, vengono suonati a turno da praticamente tutti i membri della band e si affiancano al suono quasi totalmente unplugged della chitarra del carismatico leader, Ben Knox Miller, e alla ritmica morbida di basso e batteria. Fanno eccezione solo un paio di accelerazioni, dove Ben sporca la voce senza timidezza, facendo il verso al Bob Dylan più elettrico in Boing 737, tratta dall’ultimo lavoro Smart Flash, registrato in una grande fabbrica dismessa, per enfatizzare i riverberi naturali del luogo e degli strumenti. Dai successi dell’album precedente Oh My God, Charlie Darwin, passando per cover rielaborate e per vie sonore minimali a cavallo fra folk, indie e sperimentazione; malinconicamente soffuse, immaginarie, speranzose, le melodie dolci dei Low Anthem ammaliano e ipnotizzano il pubblico creando una solida sinergia d’intenti fra chi e suona e chi ascolta, a volte toccante e impalpabile, a volte diretta e sfrontata. Da Matter Of Time, all’inno To Ohio, fino al bis rivisitato di chiusura, un’irriconoscibile Bird On The Wire del maestro Leonard Cohen in versione polifonica; tutto è una sorta di ritorno alle origini, in un meraviglioso viaggio anacronistico verso la genesi del rock.

 

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