Vinicio Capossela, il “folle mattatore” torna in tour con uno show unico, vivo e ricco

Foto-concerto-vinicio-capossela-milano-28-febbraio-2017
di Grazia Cicciotti
Foto di Francesco Prandoni

Milano, Teatro degli Arcimboldi, 28 febbraio 2017. L’Arcimboldi è sold out per la tappa milanese di Ombra. Canzoni della cupa e altri spaventi, il tour invernale e teatrale di Vinicio Capossela, che dopo aver girato i palchi all’aperto d’estate per il lato Polvere del suo doppio album, ci presenta le canzoni dell’Ombra.

Se il tema portante del tour Polvere era l’aria aperta, con un palco vestito da un abito bucolico, in cui lancio del grano e creature zoomorfe la facevano da padroni, per il lato Ombra Capossela si trincea in teatro, diminuisce i musicisti e allestisce una scenografia suggestiva, ricca di figure eteree, all’occorrenza tragiche e sempre intangibili, grazie anche al velo tra platea e artista. Anzi, a dire il vero, il velo c’è: lo si vede ancora prima che parta la prima nota, con il palco vuoto sullo sfondo, coperto da una tela semi-trasparente. Dietro di essa si schierano cantautore e musicisti, vivaci ma distanti: lo spettatore è quasi costretto a godersi la storia che Vinicio vuole raccontargli, fermo sulla poltrona, intento a captare le ombre e i giochi di luce che si susseguono sul palco. Appaiono figure di donne, mostri, lupi dietro Capossela, mentre il cantautore sciorina la sua scaletta quasi senza sosta, regalando però immancabilmente – tra un brano e l’altro – un breve racconto, una introduzione parlata che collega le canzoni l’una all’altra, come se non stessimo assistendo a un concerto, ma a una sorta di racconto in musica.

Si inizia con Le creature della cupa: il nostro si gioca subito alcuni brani dell’album Ombra, abbonda con le percussioni e rende subito chiaro chi sia il protagonista della scena. Sono i brani a prendere possesso del teatro, così come il racconto condiviso di incubi e sogni ancestrali. Tra una canzone e l’altra Vinicio si rivela, cambia strumento musicale, senza mai strafare, sempre in ossequioso rispetto dello spettacolo.

Per arricchire il live, Capossela – proprio come era capitato per il tour Polvere – sceglie poi brani di repertorio che ben si sposano con il contesto delle ombre, riarrangiandoli per renderli coerenti con la sua storia. Brucia Troia diventa cupa e permeata dalla chitarra elettrica, mentre le luci rosse prendono il sopravvento (perde un po’ di genuinità in questo modo, ma capiamo la scelta di Vinicio), mentre la versione de Le sirene è quasi magica grazie alla predominanza degli archi.

Dopo Corvo Torvo si ritorna all’Ombra, con una Scivola va via modificata ad hoc e un’inedita Maraja, che diventa velocissima e ricca di violini. Il gran finale è tuttavia tutto de Il ballo di San Vito, il brano più noto di Capossela, cupo e ‘popolare’ come le canzoni di questo doppio album. Solitamente, la gente non riesce a non ballare, ma quando Vinicio sceglie i teatri, in genere desidera che tutti si godano lo spettacolo senza estremismi: qualcuno osa e inizia a far rumore, ma lo show è troppo intenso e serrato per riuscire a rovesciarlo. La gente resta, così, incantata ad ammirare le nuove vesti di brani che ha ballato un tempo: è una storia diversa questa che racconta stavolta il cantautore, va ascoltata e capita. L’amore di Vinicio per queste folli messe in scena che disorientano i suoi stessi ammiratori, viene fuori in tutta la sua forza nel momento dell’encore.

“Tutto questo non sarebbe possibile senza la vostra perseveranza – dichiara Capossela, parlando finalmente al suo pubblico – quindi grazie della fiducia. Ora suoneremo canzoni a piacere”. Partono così grandi classici, come Con una rosa e Vetri appannati d’America (“Oggi è l’ultimo giorno di Carnevale – spiega Vinicio – e gli USA hanno stanziato la cifra più grossa del bilancio per il riarmo”), per chiudere con Resto qua. Il cantautore si stacca a fatica dal palco, ammette di amare alla follia il Teatro degli Arcimboldi (in cui manca da sei anni) e di volerne approfittare, in barba alle regole e alle tempistiche. I musicisti lo accompagnano cercando freneticamente gli spartiti (“Esistono gli spartiti perché la musica va spartita” commenta il ‘pazzo cantautore’), finché abbandona il palco di malavoglia.

Che dire di un artista che nel corso della stessa serata è capace di regalarti il racconto di storie grottesche musicate e dimostrarti di non aver cura del tempo e delle scalette, quasi volesse suonare all’infinito? Capossela si conferma non solo un folle mattatore, ma anche uno dei pochi originalissimi musicisti rimasti – un vero cantastorie – seppur con gli anni la sua maturazione e i suoi percorsi di ricerca obblighino gli spettatori ad aggiuntivi sforzi per stare al suo passo. Il bello è che ne vale sempre la pena, perché Vinicio ogni volta ti regala uno show unico, vivo e ricco di dettagli. Oltre ad un messaggio chiaro, come quello di questo live: “Non so che sogni farete stanotte – scherza – ma venitene a capo”.

Vinicio Capossela Milano 2017 foto 28 febbraio



Commenti

Commenti

Condivisioni