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Madonna sarà in concerto a Torino, ma è a Bologna che si celebra il suo mito

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di Francesca Vuotto
Foto di Deborah Feingold

Madonna come non l’avete mai vista. È come potrete vederla non a Torino – dove sarà in concerto il 19, 21 e 22 novembre – ma a Bologna, dove la galleria ONO Arte Contemporanea le dedicherà dal 19 novembre al 10 gennaio 2016 la mostra fotografica Madonna: The Rise Of A Star. Una collettiva che vuole indagare gli esordi della cantante italo-americana attraverso gli scatti che hanno realizzato tre famosi fotografi, quando non era ancora nessuno e solo una manciata di persone – la sua manager e qualche discografico – avevano intravisto tutte le potenzialità di questa ragazza poco più che ventenne che Mick Jagger avrebbe descritto come «una goccia di talento in un mare di ambizione».

Le 60 immagini selezionate dai curatori appartengono ai servizi realizzati da George DuBose, Peter Cunningham e Deborah Feingold in un periodo di tempo molto breve, e rendono evidente, anche agli occhi di un non intenditore, come il baco in breve si sia trasformato in farfalla. In un lasso di tempo ristretto Madonna ha visto crescere l’interesse del pubblico dei club dove cantava, e quello dell’entourage che la seguiva. Ha capito che quel quid che era consapevole di avere da sempre, quella «goccia di talento», era visibile anche agli altri. E poteva servirle per puntare in alto. «Fin da piccola ho pensato che il mondo fosse mio, che stesse aspettando me. Pieno di opportunità. Ho sempre saputo che un giorno avrei fatto tutto quel che volevo», racconta in una delle sue biografie più famose, An Intimate Biography del giornalista J. Randy Taraborrelli. Proprio questo rende ancora più speciale lei e la sua storia. «Abbiamo dedicato diverse mostre ad artisti del suo calibro, come David Bowie o Bob Dylan, ma per nessuno siamo andati così indietro nel tempo», racconta Vittoria Mainoldi, una delle curatrici della rassegna. «Ono Arte Contemporanea si occupa di cultura popolare attraverso le grandi icone della musica, del cinema e dello spettacolo dagli Anni Cinquanta a oggi, e lei è l’unica ad aver avuto qualcosa da dire fin dagli inizi».

Forse in pochi ricordano che agli albori della sua carriera Madonna cantava in un gruppo, The Breakfast Club, con i quali esordì sulla scena musicale newyorkese degli Anni Ottanta. Un giorno, nel 1981, George DuBose, tra i fotografi più attivi del momento, riceve la chiamata di Camille Barbone della Gotham Sound, che gli chiede di fare qualche scatto durante il live che la band avrebbe tenuto all’Uncle Sam’s, uno dei club più in voga a New York. Avrebbe però dovuto concentrarsi solo sulla cantante, gli altri non interessavano a Barbone. «Mi è parso subito strano, ma poi ho capito», si legge sul sito del fotografo tedesco. «Per quel che ne so, quella è la prima esibizione in assoluto in pubblico di Madonna. Mi ricordo che si era portata alcuni cambi d’abito e che alcuni erano decisamente spinti. Sul palco sembrava un po’ nervosa, così durante una pausa sono andato in camerino e le ho detto qualche parola di incoraggiamento, anche perché stava andando davvero bene. Quando poi sono rimasto solo con Camille, mi ha sgridato per essermi intromesso». DuBose racconta che quegli scatti non sono mai stati pubblicati, il che fa sospettare che quella sera Miss Ciccone fosse sotto esame e che la manager stesse testando il personaggio Madonna. Nelle foto, sottolinea Mainoldi, si intravedono «naturalezza, ma anche la volontà di studiare delle mosse accattivanti per il pubblico. E se guardiamo a come è vestita si capisce che anche il look è ancora in via di definizione». Niente a che vedere con la Madonna delle foto di Peter Cunningham. «In DuBose si vede che non ha ancora una sua identità come artista, un’identità che emerge invece incredibilmente precisa e decisa in Cunningham, che l’ha immortalata di lì a poco».

Qualche mese dopo siamo già nel 1982 e Louise Veronica Ciccone è passata sotto l’ala protettrice di quella che sarà la sua manager per 39 anni, Liz Rosenberg, all’epoca pubblicista per la Warner Music. È lei che telefona a Peter Cunningham, fotografo canadese con studio nella Grande Mela, per organizzare in tempi rapidi un photo shoot con una sua nuova cliente. Madonna si presenta da sola, si trucca e si pettina, si sistema gli abiti prima di cominciare. Impugnata la macchina fotografica Cunningham capisce subito che Liz ha ragione. Madonna ci sa fare: a ogni cambio di vestiti si trasforma e diventa un’altra davanti all’obiettivo. È disinvolta, sicura di sé, si diverte. Tra i due c’è intesa e il servizio dura sei ore. Lui è talmente contento che decide di uscire dallo studio e proseguire il lavoro per le strade di Soho. Lei continua a trovarsi a suo agio, gioca con i passanti, si abbassa la zip dei pantaloni sui gradini di una chiesa, simula di essere crocifissa sulla staccionata di un giardinetto. «Le foto sono tutte molto belle, comprese quelle che abbiamo dovuto scartare perché Madonna si vede in lontananza», racconta Mainoldi, che, tra l’altro, rivela di poter orgogliosamente mostrare scatti di questo servizio mai visti prima, in anteprima mondiale. «Per preparare la mostra abbiamo fatto un lungo lavoro di archivio con Cunningham, durante il quale ha ritrovato un rullino di quel giorno che credeva perduto. Una piacevolissima scoperta, per lui e per noi».

Deborah Feingold e Madonna si sono invece incontrate per la prima volta nel 1983, quando hanno scattato quelle che sono conosciute come “The Lollipop Shots”: le foto con il leccalecca – anche se non in tutte la giovanissima Miss Ciccone gioca con la caramella. Foto ben più note delle precedenti e che conosce anche chi non è un fan accanito della bionda di origini italiane. La fotografa americana ha raccontato di averci messo solo 20 minuti a scattarle, un tempo che oggi sembra incredibile ma che era abbastanza normale in quegli anni. «Allora si faceva così, soprattutto con gli artisti non ancora famosi», spiega la curatrice bolognese. «Bisognava lavorare velocemente per consegnare il prima possibile, non c’erano truccatori o stylist e spesso i soggetti restavano vestiti così come erano arrivati sul set. Quello tra loro e chi scattava era un rapporto alla pari, perché i fotografi stessi non avevano assistenti o Photoshop per aggiustare la luminosità degli scatti o altre piccole imprecisioni. Questo dà un valore aggiunto a tutte le foto, ma ancor di più a quelle di Feingold, le prime dove si vede la Madonna che conosciamo oggi». Tutte le incertezze, lo sperimentalismo e l’inesperienza che affiorano in DuBose e Cunningham sono spariti: Madonna non ha più paura di mettersi in mostra e, anzi, quasi aggredisce l’obiettivo. Lo confermano le parole della fotografa, che di quei momenti ricorda «il carisma, la disinvoltura, la netta sensazione di avere davanti una che avrebbe fatto strada più di tutti gli altri».

Un’impressione che accomuna tutti e tre i fotografi e che non si può non ricevere visitando Madonna: The Rise Of A Star. E che non fa altro che confermare quanto ci avesse visto giusto Liz Rosenberg quando – parlando con Cunningham – definì Madonna come «la nuova Marilyn Monroe».

 



©George-DuBose.com

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