Interviste

Adam Lambert ci ha detto che sul palco rischia uno sdoppiamento della personalità

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di Luca Garrò
Foto di Francesco Prandoni

Un disco uscito da pochi mesi, un tour che toccherà il nostro Paese il prossimo 4 maggio all’Alcatraz di Milano e il ritorno on the road con i Queen, con la data appena annunciata per il 25 giugno a Piazzola sul Brenta. Questo il fittissimo calendario di Adam Lambert, oggi più che mai tra le popstar più apprezzate del pianeta. Gentile e disponibile come di consueto, Lambert ha condiviso con noi un po’ delle emozioni legate agli ultimi eventi della sua carriera.

Allora Adam, diciamo che avere già tutto il 2016 segnato deve essere gratificante, ma potrebbe anche creare qualche attacco di panico!
Diciamo che sono circondato da persone che sanno organizzarsi molto bene, perché se fosse per me non saprei davvero dove mettere le mani in tutto questo vortice di impegni ed emozioni. A distanza di qualche mese, poi, sono in grado di vedere con più distacco The Original High, cosa che mi riusciva difficile pochi giorni dopo averlo registrato. E devo dire che, al di là di un paio di cose che forse cambierei, sono davvero soddisfatto del risultato. Credo traspaia in modo molto netto la differenza tra l’Adam Lambert che si affacciava alla scena pop di qualche anno fa e l’uomo con il quale ti trovi a parlare oggi. Risentendo i miei vecchi brani mi rendo conto di aver fatto un percorso: se così non fosse stato, avrei probabilmente lasciato perdere. L’ultima cosa che voglio diventare è uno stereotipo o qualcosa da cui sai già cosa aspettarti.

Per alcuni, questo era l’anno migliore per dare seguito a una carriera solista ferma da qualche anno. Malignità?
La gente crede che fare musica sia una cosa molto semplice e spesso fatica a vedere l’impegno e il lavoro dietro anche solo a una canzone. Non fa però la stessa fatica a dare giudizi o a distruggere il lavoro di un musicista dopo aver ascoltato un album per trenta secondi. Credo che semplicemente manchi un po’ di equilibrio, non so se sia malignità o altro, so che manca un po’ di cura nei confronti di quello che si fa e del pubblico che leggerà poi certi giudizi. Certamente girare il mondo insieme a Brian e Roger mi ha dato una visibilità spaventosa, che non avrei raggiunto nemmeno in dieci anni di carriera, ma era davvero troppo che non incidevo nuova musica e, considerando che il destino mi permetterà di suonare ancora con loro nei prossimi mesi, i critici non potevano pensare che aspettassi ancora. Ma poi aspettare cosa? Se hai un bisogno, è giusto assecondarlo.

Nel nuovo album utilizzi la voce in modo differente rispetto al passato: quanto ha influito in questo proprio il lungo tour con i Queen?
Inevitabilmente lo ha fatto, perché ogni sera mi sono trovato a confrontarmi non solo con canzoni non scritte per me, ma soprattutto con “quelle” canzoni, con tutto il peso che si portano dietro. Sono cresciuto ascoltando quella musica, Freddie è un faro che non si spegnerà mai per chiunque voglia cimentarsi con l’arte in generale, non solo con la musica, quindi puoi capire cosa significhi per me tutto ciò. Credo però di aver lavorato molto sulla mia voce a prescindere, nel senso che col passare del tempo ho compreso meglio come utilizzarla e quali tonalità sono in grado di emozionarmi di più. Credo che ci sia un momento per tutto e che l’intensità del canto vada sempre di pari passo con quella dei testi, quindi lungo tutto il disco puoi sentire un po’ tutti i registri della mia voce. Quando mi riguardo ad American Idol mi faccio molta tenerezza.

Tu sei californiano, quindi hai un background culturale molto differente da quello di Brian May e Roger Taylor. Hai influenzato anche tu in qualche modo il loro modo di intendere la musica?
Non credo proprio, sinceramente. Quando passi del tempo con persone che hanno cambiato la storia della cultura popolare credo non ci sia modo di fare altro che assimilare quanto più possibile, anche perché sai che il fato magari non te lo concederà per molto tempo. Io sono di San Diego, ma molti ormai credono sia inglese e questo è davvero buffo. Ho una personalità molto debordante on stage, ma nella vita privata sono molto schivo e non ho mai amato i divismi. Non è stato facile scegliere di intraprendere un’avventura di questo tipo, perché in qualche modo avrei potuto anche distruggere la mia carriera sul nascere. Vedere fan che mi vogliono bene è la ricompensa più grande, soprattutto quelli che credevano fossi un giovane rampante, arrogante e senza rispetto per una figura immensa come quella di Freddie Mercury.

A distanza di un mese ti vederemo in Italia sia come solista che con i Queen. Credi siano due Adam Lambert differenti quelli che ammireremo?
Inevitabilmente sì, anche perché solo nelle mie date soliste posso esprimermi per quello che sono davvero. A volte mi chiedo se non stia correndo il rischio di scindermi, ma poi mi rendo conto di avere una fortuna che non capita molto spesso nella vita. A ogni modo, anche con i Queen vedete molto di me, solo che magari non ve ne rendete conto appieno non avendomi mai visto in veste solista. Di sicuro ho voglia di superare i miei limiti e di godermi al massimo un anno che si preannuncia pazzesco. Sia a maggio che con i Queen ci saranno molte novità, poi ho alcuni sogni per il futuro, ma preferisco godermi ogni giorno come se fosse l’ultimo, con la paura costante di svegliarmi di colpo.

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