Interviste

Afterhours in tour con Padania: Un album difficile

È tanta la curiosità intorno al nuovo disco degli Afterhours, Padania. Prima che cominci il tour, Giorgio Prette risponde alla nostra telefonata. La storia dei milanesi è tale da rendere speciale ogni loro nuovo lavoro.

È tanta la curiosità intorno al nuovo disco degli Afterhours, Padania (leggi la nostra recensione), ma non c’entra solo il titolo. La storia dei milanesi è tale da rendere speciale ogni loro nuovo lavoro. Prima che cominci il tour (qui tutte le date), è il batterista Giorgio Prette a rispondere alla nostra telefonata; lo intercettiamo mentre sta andando in macchina verso la sala prove in cui gli Afterhours stanno provando la scaletta (guarda le foto del concerto di Roma). Padania è storia freschissima, reso ancora più attuale dagli sconvolgimenti politici e sociali.

Il vostro ritorno discografico, Padania appunto, è un album tutt’altro che facile, anzi lo definirei piuttosto ostico. Intenso e ricco di particolari come dovrebbe essere un album rock. Ti ringrazio, crediamo anche noi che non sia un album semplice, ma al tempo stesso, ne siamo felicissimi. Non siamo certo partiti con l’idea di complicare le cose, ma durante la lavorazione i pezzi hanno preso una certa piega e noi abbiamo assecondato l’ispirazione. Ne ho parlato recentemente con Manuel e ci siamo accorti che l’atmosfera che stiamo vivendo in questi giorni, esternamente e internamente, è paragonabile a quella che aveva accompagnato l’uscita di Hai paura del buio? Due volte in quindici anni è una media soddisfacente comunque (ride, ndr).

Il pezzo introduttivo si chiama Metamorfosi e, pensando agli Afterhours come band, è un termine che si addice molto. Nel corso degli anni avete mutato pelle molte volte, cambiato formazione, siete passati dal cantato in inglese a quello in italiano. Per voi la metamorfosi è insoddisfazione di ciò che siete o spinta verso il cambiamento? Direi che, nell’accezione che dai tu al termine, scelgo sicuramente la seconda ipotesi. Detto così può sembrare banale, ma noi siamo ciò che suoniamo e quindi, per poter andare avanti, siamo in qualche modo costretti a cambiare sempre. Più si procede e più diventa difficile, ma il cambiamento resta per noi un’esigenza primaria.

È difficile, dunque, fare un disco degli Afterhours? Tocca riallacciarsi alla risposta di prima. Dopo averne fatti così tanti, è dura riuscire a farne di nuovi che ci soddisfino in maniera totale. Innanzitutto devi per forza rapportarti con quanto hai fatto in passato e guardando avanti ti tocca escludere determinate cose che sono già accadute in precedenza. Diciamo che il campo d’azione magari si restringe un po’… Non sentiamo la necessità di fare dischi migliori, non c’è nulla da rinnegare nel nostro passato, ma ovviamente vogliamo incidere canzoni stimolanti per noi. Credo che sarà difficile il disco che verrà dopo Padania perché questo è un lavoro complicato e duro, ma non è il caso di pensarci adesso.

È un disco complicato fin dal titolo… Hai ragione e sarebbe bello poter dire che avevamo previsto tutto quanto il terremoto politico. Purtroppo non è così, ma ci accontentiamo di aver portato sfiga! (risate, ndr)

È il vostro primo lavoro totalmente autoprodotto. Sì, e fino ad ora sta andando tutto magnificamente. Diciamo che la nostra attitudine è sempre stata quella, fin dagli inizi quando le alternative al D.I.Y. proprio non esistevano neppure in Italia. Ora abbiamo la forza sufficiente per poter collaborare con persone che stimiamo e che scegliamo di volta in volta ed è bello gestire autonomamente la parte promozionale, gestionale e di comunicazione del progetto. La mole di lavoro è chiaramente aumentata, ma anche la soddisfazione di vedere come le cose possano funzionare bene anche senza sovrastrutture complicate come quelle di una major discografica. Ribadisco, la carriera degli Afterhours e la forza conquistata negli anni ci permettono di fare cose che, per un gruppo agli inizi, sarebbero proibitive, non voglio illudere nessuno che sia un discorso semplice e automatico. Per noi, ormai, la casa discografica comunemente intesa è diventato un filtro inutile, ma capiamo la sua importanza in altre situazioni.

Era da parecchio che non incidevate un album così rumoroso. Ora di chitarre ne avete di nuovo tre, con Manuel, Giorgio Ciccarelli e il ritorno di Xavier Iriondo. Era un’idea che era nell’aria da un po’. Il ritorno di Xavier, poi, ha inciso limitatamente su Padania, nonostante sia felice di riaverlo in formazione. Diciamo che molte cose erano già state decise prima del suo comeback e quindi per la direzione rumorosa, se così vogliamo chiamarla, buona parte del merito è di Giorgio.

Uno dei miei pezzi preferiti del disco, Ci sarà una bella luce, è emblematico. Ha una costruzione molto particolare, sembra quasi composto da due idee differenti fuse assieme… Mi fa piacere che tu lo dica perché è anche uno dei nostri preferiti e ha rappresentato un punto di svolta durante la composizione dell’album. Ci ha dato una direzione molto precisa e, come hai notato tu, è figlio di due spunti creativi differenti: lo scheletro principale arriva da un’intuizione di Giorgio mentre la parte centrale è opera di Rodrigo D’Erasmo. Manuel è stato fondamentale, però, perché ha immediatamente capito la forza che poteva derivare unendo i due spunti e così è nata Ci sarà una bella luce.

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