Interviste

Non è per niente complicato. Intervista ad Avril Lavigne

Nove anni fa una sconosciuta ragazzina di nome Avril Lavigne chiedeva al suo boyfriend perché dovesse sempre complicare le cose. Oggi quella teenager è una popstar di quasi trent’anni, diversa nel look, nel modo di porsi, nella proposta artistica. Ma ha la stessa voglia di semplicità, che si riflette con naturalezza in tutto quello che la riguarda. In attesa di vederla dal vivo in Italia, abbiamo raggiunto (telefonicamente) Avril negli States.

Giaccone alle ginocchia, pantaloni larghi a vita bassa e sneakers: mi ricordo bene la ferma figura di Avril Lavigne che si stagliava nera e minacciosa davanti ad uno sfocato viavai di macchine e persone. Mi fissava, braccia conserte e sguardo duro, un atteggiamento di sfida che era un tripudio di strafottenza. Molto punk. Quasi dieci anni dopo la ritrovo in abito bianco da sposa, è scalza, seduta su un pianoforte nero luccicante, una foglia d’autunno tra le mani. L’espressione si è palesemente ammorbidita, trasformandosi in una languida occhiata tra il dolce e il misterioso. Ma in tempi così veloci e impietosi, in cui se sei fortunato ti accorgi del cambio di stile di una celebrity quando è alla terza trasformazione, sarebbe fuori luogo stupirsi. Dopo tutto, ai tempi di Let Go (2002) la popstar canadese non era nemmeno maggiorenne e come la stragrande maggioranza dei teenager aveva sicuramente molta più rabbia ed energia in corpo. Oggi la signorina Lavigne è una vera star, attiva su più fronti come impone lo status: suonare e cantare resta il mestiere principale, ma ci sono anche cinema, vestiti, profumi, fumetti e beneficienza. Naturalmente anche la musica si è adattata alle piroette e ai cambiamenti dell’ex ragazzina terribile. Si è ammorbidita alla stregua del suo viso in copertina.

 

POP E’ BELLO

«Goodbye Lullaby è un album decisamente pop. E’ un disco molto sincero, non c’è stato spazio per l’aggressività. Non volevo incorrere nell’imbarazzante situazione di copiare da me stessa, volevo qualcosa di diverso, e così ho scelto di aprirmi in tutto e per tutto. Dentro quel disco ci sono dei brani che ho scritto quando avevo quattordici anni, è stato come condividere un diario segreto con i miei fan». Naturalmente la svolta pop si è riflessa anche sulla produzione, affidata – udite, udite – a Deryck Whibley, leader dei Sum 41 nonchè ex marito di Avril. Arrossisco per loro pensando alle situazioni imbarazzanti in cui si saranno trovati. «Non ci vedo proprio nulla di male: siamo ottimi amici. Lui sa come tirare fuori il meglio di me, che poi è esattamente quello che deve fare un produttore, giusto? A conti fatti ha svolto un lavoro impeccabile, e mi sento molto fortunata ad avere lavorato con lui». Tra ex-moglie ed ex-marito non mettere il dito, soprattutto se tutto fila liscio.

Tornando ad argomenti di più ampio dominio, si parlava della morbidezza di Goodbye Lullaby. Non sarà una questione di gusti che mutano, interessi che cambiano, ispirazioni che si modificano? Quando Avril cantava Sk8er Boy e citava i Blink 182, i Goo Goo Dolls e Courtney Love come modelli tutto aveva un senso. Ma ora? «In realtà sono rimasta piuttosto fedele alle mie radici, alla musica che ascoltavo quando ero ragazzina. Mi piacciono molto i Coldplay e i Radiohead, e tutte le rock band storiche. Non ho sentito nulla di recente che mi abbia lasciato a bocca aperta, niente che potesse ispirarmi abbastanza da mettere in discussione il mio stile e il mio modo di scrivere musica». La sicurezza ostentata sulla copertina di Let Go non sembra affatto svanita. Prima però era sfrontata, ora è, come dire, candida.

La confidenza che Avril mostra nei propri mezzi è quasi irritante. Ma è colpa mia: cosa ci si può aspettare da una popstar che esordisce con un pezzo che nel ritornello dice “Perché devi sempre complicare le cose?” (Complicated). Mi chiedo se ci sia un modo per mettere in crisi la sua sicurezza. Magari, che ne so, farle notare che mi ha appena detto una balla, perché si vocifera che nei live si esibisca in una cover di Airplanes – il pezzo di Hayley Williams e B.o.b. che da un annetto buono ci tartassa alla radio – e che quindi mente quando afferma di non essere stata colpita da nulla di recente. Se la canta le deve piacere, caspita. «E’ un bel pezzo, mi piace davvero tanto. Avevo notato che gli accordi di Airplanes erano molto simili alla mia My Happy Ending. Così l’ho imparata e a furia di suonarla ho deciso di inserirla in scaletta». Niente da fare. Vince ancora il suo prepotente, innocente candore.

 

FORTEZZA INESPUGNABILE

Avril sta portando in giro per il mondo il suo Black Star Tour (che non si chiama “Goodbye Lullaby Tour” un po’ perché suona meglio così, un po’ perché “Stella Nera” è il nome di uno dei suoi profumi e un po’ di pubblicità non ha mai fatto male a nessuno), spettacolo in cui convivono i pezzi nuovi e vecchi che hanno un feeling spesso molto differente. Interpretare nel corso dello stesso concerto – in maniera credibile – canzoni che sembrano appartenere a vite diverse non deve essere troppo facile. «Sinceramente non vedo il problema: amo cantare ogni mio singolo pezzo, perché ho sempre messo molto di me nella musica che scrivo. Ho intenzione di suonare quasi tutte le canzoni del mio ultimo disco e tantissimi pezzi dei miei album precedenti. Perciò a momenti rock si alterneranno parti più intime e rilassate. Nei pezzi più tranquilli è anche possibile che mi ritrovi a cantare solamente accompagnata da un piano, o da una chitarra. Credo di essere cresciuta, ho molta più esperienza di prima, la mia voce è più forte e sono senza dubbio una performer migliore sul palco. Non vedo come potrebbe andare male!» Nessun problema, dunque. La sicurezza nei propri mezzi è spesso la scorciatoia migliore verso l’efficienza.

In un impeto d’orgoglio scaglio la mia ultima freccia, con la flebile speranza di beccare Avril impreparata che si spegne sempre più velocemente: il prossimo album? Ne ha appena registrato uno e proprio per questo non riesco a pensare a una domanda più bastarda da rivolgerle in questo momento. O sei un alieno che oltre a occuparsi di abbigliamento e cinema scrive canzoni senza soluzione di continuità, oppure mi dici che ora ti concentri sul tour e poi si vedrà. «Ho già pronti una decina di pezzi per il prossimo album, che ho intenzione di realizzare in tempi brevissimi. Ho già scelto e inciso il primo singolo, e ti posso dire che il nuovo disco sarà molto diverso da Goodbye Lullaby». Sconforto e ammirazione a volte possono andare a braccetto, ve lo assicuro.

 

IL LATO POSITIVO DELLA QUESTIONE DIGITALE

Ho ufficialmente terminato le munizioni, mi arrendo al nemico, alzo bandiera bianca e decido in maniera piuttosto spudorata di mettere in atto il penoso “piano b”, quello a cui spesso ci si affida quando ci si ritrova in una situazione di difficoltà nel corso di una conversazione: è giunto il momento di cambiare argomento. Mi viene in mente che quando sentii per la prima volta le note di Complicated uscire da un’autoradio mentre sfrecciavo baldanzoso su una freeway Californiana – era l’estate del 2002 – il pezzo mi colpì non poco. Tanto che mi fiondai in un negozio di musica a comprare il cd. Chi lo farebbe oggi? I cd non se li fila più nessuno e l’accesso ai negozi di dischi è riservato a un pubblico di nostalgici e feticisti (come il sottoscritto), oppure ai pochi che non utilizzano internet. E pensare che a quei tempi erano stati da poco chiusi i server di Napster e ci si interrogava su come legalizzare il download sciacallo (sembra il Paleolitico).

Sarebbe interessante sapere cosa pensa della “questione digitale” Miss Lavigne. «Mi piace vederne il lato positivo: la musica è molto più raggiungibile, per tutti. Certo, questa facilità di accesso inevitabilmente finisce per togliere qualcosa a noi artisti e alle case discografiche, ma le cose cambiano e non resta che adattarsi. Quando penso che Let Go ha venduto 18 milioni di copie mi sembra fantascienza. Se Goodbye Lullaby ne venderà un terzo potrò definirmi fortunata. So che quando ho cominciato io era come vivere in un altro mondo, c’era ancora la spinta ad entrare in un negozio di dischi, a mio modo di vedere era tutto molto più romantico. Ma ormai è passato davvero troppo tempo, bisogna abituarsi a come gira il business e agire di conseguenza». Romantica ma realista. Ad essere cattivelli si potrebbe ipotizzare che tutte le attività parallele intraprese da Avril siano state in qualche modo pianificate proprio alla luce della debacle del supporto musicale fisico e dai seguenti minori introiti per gli artisti. Ma bisognerebbe mettere in discussione l’indubbia trasparenza con la quale si pone e la naturalezza con cui affronta la sua vita (quanti sono davvero in grado di lavorare con l’ex coniuge in tutta serenità?). Non me la sento.

 

NIENTE PIU’ SOGNI

Rimane una questione da affrontare. Avril Lavigne è una star della musica, un’attrice alle prime armi ma con tutte le carte in regola per sfondare anche a Hollywood, gestisce con passione ed entusiasmo la sua linea di abbigliamento Abbey Dawn (verrà presto distribuita anche in Europa), lancia una fragranza all’anno (oltre alla già citata “Black Star” ci sono anche “Forbidden Rose” e “Wild Rose”) e dulcis in fundo si occupa di beneficenza – nel settembre del 2010 ha istituito la Avril Lavigne Foundation per supportare le associazioni che aiutano i giovani disabili e afflitti da malattie gravi. Che cosa dobbiamo aspettarci ancora da lei? Ha qualche altro sogni da realizzare? «Penso di aver realizzato tutti i miei sogni. Potrebbe sembrare brutto dire che non ne ho più, perché molto spesso i sogni sono il carburante della vita di ciascuno di noi, la spinta a porsi degli obiettivi e a raggiungerli. Ma nel mio caso non è così, perché sono più che contenta di tutto quello che sto facendo e vorrei solo concentrarmi su tutte le attività che conduco per riuscire a portarle a un livello superiore». Servono forse altre parole? Un inchino e un augurio, Avril.

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