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Baustelle: «Fantasma merita un ascolto attento, anche se si usa poco»

Il 29 gennaio i Baustelle hanno pubblicato Fantasma, sesto capitolo della loro discografia. Abbiamo incontrato la band per farci raccontare come è nato e quali sono i presupposti artistici di un disco così unico e particolare nel loro repertorio.

Baustelle Fantasma nuovo album

Arriva sempre, per un artista affermato, il momento in cui ti puoi permettere di sperimentare, di provare cose nuove, di toglierti degli sfizi. È quello che hanno fatto i Baustelle nel loro nuovo, sesto album, Fantasma. Lasciate in disparte chitarre rock e tastiere new wave, la band ha affidato alla Film Harmony Orchestra di Breslavia (Polonia) il compito di creare il sound adatto al nuovo lavoro.  Un suono ricco, imponente ed elegante che solo un’orchestra sinfonica di sessanta elementi riesce a generare, il suono che calza a pennello le tredici canzoni e i sei brani strumentali di Fantasma. All’intervista erano presenti Francesco BianconiRachele Bastreghi, ma non citeremo chi dei due ha risposto alle singole domande perchè la voce dei Baustelle è una e una sola.

Sappiamo che il titolo del nuovo album s’ispira al celebre racconto di Charles Dickens, Canto di Natale, in cui c’erano tre fantasmi. Perché avete scelto proprio la figura del fantasma a rappresentare il nuovo lavoro?
L’idea del titolo ci è venuta da quel racconto, ma ancora prima c’era il fatto di voler scrivere un disco in cui le canzoni avessero un tema comune: il tempo. Quindi una volta scelto il tema e scritti i pezzi che giravano intorno a quel tema, c’era da scegliere un titolo; Nel racconto di Dickens c’è un fantasma per ogni tempo e poi se pensi a un fantasma pensi quasi immediatamente al passato. È un simbolo associato all’idea del tempo, più classicamente il fantasma è una cosa del passato che si manifesta nel presente, quindi è come una collisione di due tempi ed è anche potenzialmente legato al futuro. Oerché il futuro, specialmente nell’epoca che stiamo vivendo, è spesso incerto, non ne vedi bene i contorni, è molto fantasmatico.

E perché il “trascorrere del tempo” come tema principale?
All’inizio avevamo la musica, poi quando è arrivato il momento di scrivere i testi non c’erano grandi idee e quindi per facilitare la cosa ci siamo dati un tema. Non sappiamo bene perché abbiamo scelto quello, forse inconsciamente perché non siamo più dei ragazzini, crescendo e invecchiando sei più portato a fare i conti con il passare del tempo. A vent’anni ci pensi di meno, a quaranta un po’ di più.

Musicalmente parlando, invece, c’è la novità dell’orchestra sinfonica, di cui vi avvalete nell’intero disco. Perchè ridurre al minimo la presenza degli strumenti tipici del rock?
Ci piace cambiare e comunque era una cosa che volevamo fare da tempo. C’è sempre stato un elemento sinfonico nei nostri album perché siamo amanti dei dischi di epoche in cui l’orchestra veniva molto utilizzata. Ma fino ad ora l’abbiamo usata da corredo, mentre stavolta volevamo che fosse centrale, che ci aiutasse a trovare una dimensione più intima. Per questo abbiamo spinto l’acceleratore fino in fondo. Quando togli da un disco gli elementi tradizionali del rock, ovvero la batteria che picchia forte, le chitarre elettriche, il volume, l’elemento ritmico molto presente, automaticamente tutto il resto appare più scoperto nella sua dinamica. Quindi puoi fare attenzione ai cambiamenti, sono più evidenti i pianissimo e i fortissimo e anche gli stadi intermedi. L’orchestra sinfonica storicamente è stata inventata anche per questo, per dare infinite sfumature di dinamica, di espressione. Ci intrigava molto la possibilità di applicare questa caratteristica della musica classica alla musica leggera. Il suono finale è poco compresso, più frastagliato. Ne è venuto fuori una specie di ibrido  sperimentale, uno strano tentativo di avvicinarsi al calore di dettagli, con tutte le differenze esperessive che un’orchestra può dare. È un passo in un territorio nuovo.

Ascoltando l’album ho notato che la tracklist di Fantasma è costruita come fosse un film, con titoli di testa, intervallo e titoli di coda…
È un gioco a posteriori, perché avevamo molti frammenti di musica strumentale e anche nelle canzoni vere e proprie, cioè dove ci sono le parole, ci sono molti intermezzi strumentali, anche cinematografici, che richiamano musiche da film del passato. Quindi con tutta questa musica e queste atmosfere è venuto naturale pensarlo come un film immaginario. Poi il titolo era Fantasma e quindi l’abbiamo pensato come una sorta di horror, ma il film in realtà non c’è.

Restando in tema di cinema, l’artwork del disco si rifà all’horror italiano degli anni 70, con rimandi soprattutto alla presenza infantile. È stato un genere che ha influito sul processo creativo che ha portato alla scrittura dell’album?
Abbiamo sempre amato il genere e le colonne sonore. Pensa che in uno dei nostri demo iniziali c’era una canzone che si chiamava Asia Argento e c’erano dei pezzi di dialogo presi da Profondo Rosso. Avevamo la registrazione dalla televisione, collegando il videoregistratore a un registratore a cassette abbiamo registrato gran parte del sonoro del film e poi abbiamo fatto dei tagli di nastro di un pezzetto di dialogo (quando David Hemmings è fuori dalla casa incendiata e c’è Daria Nicolodi che lo rassicura). Anche questa è una tendenza che abbiamo sempre avuto: solo che stavolta avevamo un disco che si chiamava Fantasma e quindi è stato più facile giocare con l’artwork e la disposizione della scaletta.

Il disco è lungo e ricco di storie e di spunti. Con che approccio va ascoltato secondo voi?
Ognuno può fare come gli pare. Ormai la musica si fruisce in modo frammentato, ma per chi è interessato a una certa esperienza, Fantasma è un album che si può ascoltare dall’inizio alla fine come si faceva una volta. Probabilmente in questo modo dà una sensazione diversa che ascoltandolo a pezzetti. Non dico che così sia meglio o peggio ma è stato pensato con questo scopo, ovvero come un film che si vede dall’inizio alla fine, come un romanzo da leggere dall’inizio alla fine. È come i vecchi album che per forza di cose si ascoltavano per intero, compiendo un percorso attraverso una serie di racconti.

Con quali aspettative i Baustelle pubblicano questo nuovo lavoro?
Speriamo che qualcuno si ricordi di noi e che il disco sia capito, anche se poi può piacere o meno. Alla fine sono le stesse speranze che abbiamo per ogni disco, ci piace l’idea che qualcuno lo ascolti nonostante ci sia sempre meno spazio per una fruizione attenta della musica. Ma siamo convinti che qualcuno lo ascolterà.

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