Interviste

Beatrice Antolini al Neapolis Festival: «Sarà incredibile»

Beatrice Antolini Neapolis festival

Beatrice Antolini, che ha da poco dato alle stampe il suo quarto album Vivid, aprirà il concerto dei King Of Convenience al Neapolis Festival il 26 luglio. Ci ha raccontato in esclusiva cosa succederà sul palco, ma anche prima e dopo.

«Sarà incredibile». Quante parole servono per descrivere un’emozione? «Se inizio a pensarci adesso è finita». Un palco importante. Per dimensioni, location e storia. Ma è un’opportunità da prendere al volo. Per meritarselo ci sono voluti quattro dischi alle spalle e una lunga gavetta. E così Beatrice Antolini aprirà la data dei Kings of Convenience al Neapolis Festival il prossimo 26 luglio.

Come sarà suonare sul palco del Neapoli? La responsabilità è tanta, ma è una grande opportunità. E poi io scrivo quasi tutti i brani partendo da bassi e batteria e, da amante del groove e della ritmica, sentire la propria musica su quegli impianti sarà già un’emozione. Spero di riuscire a fare anche qualche altra data simile in estate, anche se il tour vero e proprio sarà più avanti in autunno.

Cambierà qualcosa rispetto ai live che hai tenuto nelle ultime settimane? La scaletta sarà ridotta perché nei festival non suoni per più di mezz’ora. E in quella mezz’ora io devo dare tutto. Ci sono situazioni in cui si crea intimità col pubblico e si possono fare cose sottovoce. Nei festival però è l’opposto. Eviterò i brani troppo lenti e cercherò di fare i pezzi più importanti e più belli che rimangono più in testa. In ogni caso, l’obiettivo sarà ritrovarsi all’ultimo pezzo con ancora una gran voglia di suonare.

Ci saranno solo le canzoni del tuo ultimo album VividL’obiettivo è far conoscere il disco che è appena uscito e, senza nascondersi, si tratta pur sempre di una grande opportunità promozionale. Sicuramente però pescherò anche uno o due brani da quelli degli album precedenti, perché comunque è bello per chi già ti conosce sentire le canzoni più note.

Qualcuno ha scritto che con Vivid sei diventata troppo pop… Quando scrivi un disco, scrivi un disco. Non c’è da decidere se stai andando verso un genere o un altro. Sono gli altri che ti etichettano. Uno scrive in maniera spontanea, altrimenti se dovesse decidere prima cosa fare dove finirebbe l’ispirazione? Ho anche letto un commento che diceva “bello il pezzo, ma troppo radiofonico”, ma se non va in radio dove deve andare? Esistono gruppi indie molto bravi e i loro pezzi sono in spot pubblicitari famosissimi. Bisogna smettere di pensare in questo modo. La musica è musica, c’è gente brava e gente meno brava. Fine.

Con il nuovo album hai cambiato qualcosa anche sul palco rispetto al passato? Ho sempre dato molta importanza al live perché è il momento in cui puoi comunicare con il tuo pubblico. Il live deve essere molto carnale e reale e mi sono sempre data parecchio. In passato ho sempre voluto che fosse tutto suonato. In questo disco invece sono cambiate molte cose, perché ho lavorato con l’elettronica e i concerti dovevano mantenere questa novità. I pezzi non sono più stravolti, mentre in passato lo facevo parecchio perché altrimenti saremmo dovuti essere in trenta sul palco. Questa volta invece i brani sono esattamente come nel disco con tutta la bellezza del suono live.

E come hai voluto costruire la scaletta? Ho diviso il live in due parti. Non penso sia coerente inframezzare brani vecchi e brani nuovi. Bisogna avere il coraggio di far ascoltare l’ultimo album, senza per forza infilare canzoni che già la gente conosce. La prima parte dei concerti sarà dedicata al nuovo disco, mentre nella seconda parte suoneremo i vecchi album. Sono due visioni diverse e credo sia positivo anche per far capire che si suona veramente e che la musica che si sta ascoltando è vera. Il rischio dei concerti elettronici è quello che la gente pensi sia tutto in sequenza, anche se va detto che non è affatto più facile suonare con le sequenze dell’elettronica».

Hai anche deciso di cambiare il modo di stare sul palco. Siamo in cinque, sempre gli stessi da parecchi anni. Sono persone con cui mi trovo bene e il rapporto e l’intesa che ho con loro sono importanti. Io però suono molto meno rispetto al passato e sono di fronte al pubblico, mentre prima ero nascosta dietro a un muro di tastiere. Per me era una protezione e anche una difesa. Suonare dal vivo è qualcosa di molto forte. C’è gente che è molto più spontanea, io ho avuto bisogno dei miei anni di esperienza.

Il tuo passato da attrice ti aiuterà? I due anni della scuola di teatro sono stati molto positivi, perché quando hai una timidezza patologica e sei piuttosto chiusa fare teatro ti sblocca e aiuta a gestire un’emotività esagerata. Prima ero molto impegnata nel suonare ed essere concentrata sugli strumenti ti toglie tutte le paure. Stare lì davanti al pubblico da sola è più tremendo, ma è giusto e aver studiato recitazione ha sicuramente attutito l’agitazione di mostrarmi.

Molti artisti scrivono canzoni durante i tour. Hai già in cantiere un nuovo album? Quando pubblichi un disco, tra composizione, registrazione e produzione, quei pezzi in realtà sono “vecchi” di un anno e mezzo. E così quando esce inizi già a pensare dove vuoi andare per fare il prossimo passo. Io come ho sempre fatto asseconderò la mia ispirazione. Mi piacerebbe anche fare un altro disco “come mi viene mi viene” e andare dove sarà giusto andare. Non è detto che il prossimo disco sarà pop, magari farò un disco ultra sperimentale. Anche se c’è poco da fare: che io abbia un’anima abbastanza pop è vero, ma l’ho sempre avuta.

Hai sempre cantato in inglese. Quando ti metterai alla prova con l’italiano? Sicuramente proverò a fare qualcosa in italiano, ma bisogna vedere cosa ne esce. Io ho sempre fatto la musicista, fare la cantautrice è un’altra cosa. Le parti vocali finora sono sempre state quasi un arrangiamento in più, ma quando ti confronti con l’italiano la scrittura cambia completamente.

In che senso? Ho provato a mettere l’italiano sulle musiche di Vivid e sembrano canzoni da cartoni animati, mentre le cose che ho scritto direttamente in italiano hanno tutto un altro suono e un’altra estetica. In italiano è più semplice partire dal testo con un giro d’accordi e la musica costruirla dopo. Io amo Franco Battiato, Max Gazzè e Bluvertigo, anche se cercherò di non essere come loro. Però mi interessa quel modo di dare importanza alla musica rispetto alle parole.

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