Interviste

Best British Rock Band: Onstage intervista Alex Turner

Non deve essere facile esordire con la fama (orrenda a dire la verità) di gruppo diventato celebre grazie a MySpace, ma nel corso degli anni Arctic Monkeys sono cresciuti fino a diventare uno dei punti di riferimento della scena rock britannica e mondiale.

 

Sono passati solamente cinque anni dal debutto fenomenale di Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not, ma sembra molto di più, specialmente se si tiene conto del ruolino di marcia del quartetto di Sheffield capitanato dal talento di Alex Turner: quattro album all’attivo e altrettanti tour di successo, senza contare la scappatella del leader con i Last Shadow Puppets, progetto Sixties messo in piedi assieme all’amico Miles Kane dei Rascals, e la colonna sonora, sempre a nome Turner, del film Submarine. Insomma, non mancano certo né talento né ispirazione al quartetto, specialmente se si esamina i decisi cambiamenti di rotta che hanno caratterizzato la loro bruciante carriera fino a questo momento.

 

DA MYSPACE ALLA CONQUISTA DEL MONDO

È stato un passaparola travolgente a far conoscere il nome dei giovanissimi musicisti di Sheffield, nato durante i loro live show in cui veniva distribuito un CD che raccoglieva alcune canzoni sotto forma di demo. Un modo come un altro per farsi un nome, insomma, non fosse che quello degli Arctic Monkeys si è velocemente piazzato in cima alla lista delle band emergenti più calde del 2005, anno in cui hanno firmato un contratto con la indie label Domino, svelta a intuire il potenziale incredibile di Alex Turner, Jamie Cook, Matt Helders e Andy Nicholson (sostituito dopo il primo album da Nick O’Malley). Giusto il tempo di licenziare un singolo irresistibile come I Bet You Look Good On The Dancefloor, finito dritto in cima alle charts, e gli Arctic Monkeys sono diventati il gruppo più famoso e invidiato del Regno Unito: l’esordio sulla lunga distanza di cui sopra ha stracciato ogni precedente record nella storia delle classifiche inglesi, arrivando a vendere oltre 360.000 copie nella prima settimana e regalando agli indie kids di tutto il mondo un motivo valido per gioire e ballare, al pari di quanto successo un paio di anni prima con l’esordio di un altro pezzo da novanta come gli scozzesi Franz Ferdinand (sempre su etichetta Domino, tra l’altro). Forte di un’incredibile sequenza di pezzi frizzanti e originali, Whatever… è il disco giusto al momento giusto, il jolly lanciato sul tavolo da chi può permettersi di rischiare senza avere nulla da perdere. Fake Tales Of San Francisco, Dancing Shoes e When The Sun Goes Down raccontano una generazione cresciuta nei club ed esaminata dal punto di vista di un giovanissimo osservatore come Alex Turner, all’epoca della pubblicazione neppure ventenne (ma con le idee chiarissime, però). Nessuno, tra l’altro, riesce a farlo meglio di lui e gli Arctic Monkeys fanno incetta di premi della critica a fine anno, rivaleggiando con mostri sacri come Oasis e con gli altri terribili ragazzi degli Strokes. A fare le spese di tanta attenzione, successo, fama e di tutto ciò che ne consegue sono, prima il bassista Nicholson, che se ne va all’apice della popolarità, incapace di gestire il delirio personale e della band, e poi la musica, che risente di un debutto strabiliante e si assesta su una formula dorata. Il secondo lavoro della band, Favourite Worst Nightmare del 2007, è interessante e abbastanza convincente – soprattutto per i fans, che lo spediscono subito al numero uno -, ma lascia intravedere qualche piccola imperfezione, come se la sua pubblicazione fosse avvenuta troppo in fretta. Poco male, perché il tour che li porta in giro per tutto il mondo non conosce cedimenti e li consacra nel ruolo di portavoce di una generazione, scomoda posizione che Turner rifiuterà sempre a priori (e a ragione, a ben vedere). Dopo essere stati gli headliner del prestigioso festival di Glastonbury, i Monkeys chiudono il 2007 con due concerti sold-out all’Apollo di Manchester che vengono filmati e pubblicati su DVD l’anno successivo.

 

PERSI NEL DESERTO

Dopo un tour de force così estenuante, arriva il classico momento di transizione e pausa per tutti tranne che per il vulcanico Alex Turner che, trasformandosi in un ibrido tra Scott Walker e il David Bowie degli anni Sessanta si inventa un progetto calligrafico ma eccezionale come i Last Shadow Puppets. Accompagnato dall’amico Miles Kane dei Rascals, Turner incide The Age Of The Understatement, uscito ad aprile del 2008, un pastiche sonoro di grande classe e che deve moltissimo, oltre ai nomi citati, anche al maestro Morricone, a Serge Gainsbourg e alla musica orchestrale degli anni Sessanta, decennio a cui i due si rifanno anche a livello visuale, con capelli a caschetto, stivaletti a punta, giacche di pelle scamosciate e pantaloni a tubo. È l’ennesimo successo del giovane musicista e mostra un talento inarrestabile e onnivoro, capace di spaziare tra generi e suoni senza soluzione di continuità. La carriera con gli Arctic Monkeys è solo in stand-by però e viene riportata in prima fila con l’uscita di Humbug, nell’agosto dello stesso anno, co-prodotto dalla band e da Josh Homme, lavoro che risente delle atmosfere americane (viene registrato negli States appunto) e desertiche tipiche del chitarrista dei Queens Of The Stone Age. Una svolta che coglie leggermente di sorpresa i fans ma che mostra quattro musicisti decisi a non ripercorrere i fasti del passato ma a sperimentare, nel bene o nel male. Humbug riscuote un buon successo ma, visto col senno di poi, pare l’anticipazione della portata principale ovvero Suck It And See, quarto album targato A.C., uscito qualche mese fa. La trasformazione in una rock band classica pare finalmente completata e il quartetto è in grado di mostrare una maturità compositiva davvero di primissimo piano. I testi, poi, rivelano uno spettro d’interessi molto più ampio di quello passato e proprio questo è l’argomento della prima domanda che formuliamo via telefono a un Alex Turner che pare un po’ assonnato e svogliato. Dopo averlo inseguito per settimane, il leader degli Arctic Monkeys è finalmente connesso con noi…

 

Qualche tempo fa, su un numero della rivista Mojo, tu avevi scelto di intervistare John Cooper Clarke, poeta punk di Manchester, mostrando un interesse molto chiaro per le parole e i testi delle canzoni. Qual è il tuo rapporto con le liriche dei pezzi degli Arctic Monkeys dunque?

Mi piace molto scrivere, intendo proprio il gesto fisico, è una cosa che credo mi riesca particolarmente bene. Quantomeno mi entusiasma e questo è essenziale. Mi hanno definito il portavoce della mia generazione, ma sinceramente non mi sento così importante da poter parlare a nome di migliaia di persone; sono molto timido ed è stato un processo difficile quello che mi ha portato a diventare un personaggio pubblico conosciuto e apprezzato. Parlare di se stessi è una cosa strana e prima o poi può diventare alienante, costruisce un’immagine distorta di quello che sei; il brutto è che finisci per crederci e ti trasformi in quello che gli altri vorrebbero che tu fossi. È complicato, insomma. Tornando alla tua domanda, penso che il mio modo di scrivere i testi sia cambiato col tempo, sia diventato più personale e ricco: spesso mi trovo a scrivere di me invece che di raccontare ciò vedo intorno e, se devo sbilanciarmi, ti dico che forse sono diventato anche più romantico. Senza esagerare…

 

In soli sei anni avete pubblicato quattro album, senza contare i brani che hai scritto per il progetto Last Shadow Puppets e quelli della colonna sonora del film Submarine. Si tratta di moltissimo materiale, non credi?

Sì, è così, ma io sono uno di quelli che preferisce continuare a scrivere, pubblicare dischi e suonare finché si sente in condizioni di farlo. Sono pieno di energia, non mi sento stanco e credo che la qualità artistica dei brani sia più che buona quindi perché no? La tendenza attuale è quella di fare un album ogni due, tre, addirittura quattro anni. A noi interessa comporre buona musica e farla sentire ai nostri fans. Non vogliamo bruciare le tappe o saturare il mercato ma esprimere la nostra creatività. Inoltre, Last Shadow Puppets è un progetto non solamente mio, ma anche di Miles, quindi parte del merito va a lui. Ci siamo divertiti a incidere quell’album, tutti continuano a chiederci quando ne faremo un altro quindi prima o poi ci toccherà (ride). A parte tutto sono contento, è un lato del mio carattere che voglio sviluppare e che credo abbia buoni margini di crescita. Submarine, infine, è stato registrato per un film di Richard Ayoade, un amico che ha girato anche qualche videoclip per noi. Mi ha chiesto di occuparmi della colonna sonora ed è stato un piacere registrare sei brani per lui, un esperimento appagante.

 

Vista la quantità di materiale pubblicato allora, credi che la riserva di canzoni di un musicista sia infinita?

È una buona domanda. Se devo essere sincero penso proprio di no, immagino che ogni buon compositore di musica abbia dentro di sé un numero finito di canzoni. O perlomeno che il numero di quelle buone non sia senza fine, sarebbe davvero chiedere troppo al proprio talento. Poco dopo aver inciso il primo disco mi sono domandato per quanto potessi continuare a buttare fuori canzoni una dietro l’altra a quel ritmo, come fossero noccioline. Poi ho capito che l’abilità va affinata, non basta prendere la chitarra o sedersi al pianoforte e aspettare l’ispirazione. Scrivere una grande canzone pop è un’arte, solo pochi sanno maneggiare la materia con competenza: sarà il lavoro più bello del mondo, ma come per tutte le cose ci va applicazione e passione.

 

Spesso la musica, anche e soprattutto quella pop, riflette il proprio tempo, influenzandolo e venendone influenzata a sua volta. Credi sia lo stesso per quella degli Arctic Monkeys?

Non ne sono certo, ma se devo essere sincero preferisco la musica che a distanza di vent’anni conserva la capacità di sembrare attuale piuttosto che quella fossilizzata in un attimo ben preciso o in un’epoca. Io punto all’immortalità, perdonami la poca modestia, e questo è anche uno dei motivi per cui nei miei testi non parlo mai di politica. Spesso alcune canzoni invecchiano precocemente anche per gli argomenti che trattano e quindi cerco di evitarlo. Questo non significa che io non sia attento a ciò che succede e ai tempi in cui viviamo, ma la musica in qualche modo ne resta al di fuori.

 

Una delle critiche principali che vi hanno rivolto ultimamente è quella di una certa americanizzazione del vostro sound. Tu tra l’altro ora abiti anche New York, vero?

Sì, ma i motivi del mio trasferimento sono personali (la sua fidanzata abita lì, molto semplicemente, nda) e c’entrano poco con le scelte musicali del gruppo. Comunque è vero, si parla molto del cambiamento di suono dei nostri ultimi due dischi, ma penso che si tratti di una legittima voglia di sperimentazione e di crescita. I nostri ascolti sono cambiati, le esigenze pure e da musicisti curiosi ci siamo chiesti come sarebbero diventati gli Arctic Monkeys dopo una collaborazione con Josh Homme, per esempio. Non capisco certe critiche, se devo dirti la verità. Cosa dovremmo fare? Diventare delle copie di noi stessi e parlare di Sheffield anche se i nostri orizzonti sono diventati molto più vasti? Non sarebbe onesto, non per quanto mi riguarda e, alla fine, mi interessa maggiormente un discorso qualitativo rispetto alla fama pura e semplice.

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